Quel nonno ebreo errante dalla Russia al Cile passando per Trieste

la recensione
Il nonno materno Juliusz è “odiato dai contadini in quanto borghese, dagli zaristi in quanto bolscevico, dai soldati in quanto ebreo”. L’odio è un buon motivo per partire e d’altra parte il nonno diceva sempre che “la vita è movimento, che noi eravamo semi nel vento, un vento che ci muoveva di continuo e che non si sapeva dove saremmo caduti. Che noi, in quanto ebrei, dovevamo essere senza legami, subito pronti a partire quando il vento fosse cambiato”. E il nonno va, con la moglie Reize e neppure la Berakhà, la benedizione del padre. Dalla Russia alla Francia, dalla Francia all’Italia dove inizia a lavorare per una banca importante. Che lo spedisce in missione: Fiume, Trieste, Italia del sud, Gorizia Jugoslavia. Perché lui si sposta volentieri, è uno che passeggia sul filo del rischio e dell’avventura. La perfetta incarnazione dell’ebreo errante. L’omino in volo di Chagall.
Parte da lontano la nonna narrante di “L’acrobata” di Laura Forti (Giuntina, collana Diaspora, 112 pagine, 12 euro), e con voce sommessa percorre in dieci giorni via mail i chilometri della storia per liberare la memoria del nipote, anche se sa che questo rimetterà in moto il suo lutto. E rischierà che le si schianti il cuore. Ma se i ricordi sono come schiaffi è anche certo che una persona senza ricordi è come un libro vuoto. E lei, che sta per ricevere un premio a Stoccolma per la sua fulgida carriera di geologa, lei ferma e vulnerabile, che ha trovato nella Svezia “una lastra di ghiaccio sotto la quale nascondersi”, lei che non si è mai lasciata andare all’autocompassione, sente il dovere di riempire il vuoto di un nipote clown che vive dall’altra parte dell’oceano e sa troppo poco e troppo male di suo padre. Spedisce le sue parole a totopajazo@gmail.com con una fatica antica, le lancia fino al Cile dove è arrivata da bambina in fuga e dove ha combattuto la depressione dell’esilio dall’Europa nazista, recidendo i ponti dietro di sé per poter sopravvivere. Quel Cile dove si è levata forte la sua insofferenza per l’ingiustizia “forse perché eravamo stati costretti a scappare, eravamo stati perseguitati come minoranza, forse perché avevamo perso tutto come oggi gli immigrati”. Un’insofferenza che ha trasmesso al figlio Joaquin. Ancora bambino, in Svezia, dove il golpe del 1973 li ha indotti a rifugiarsi, lo porta a vedere un documentario in cui compaiono dei bambini affamati e lui le chiede “perché nessuno fa niente?”. Appena ragazzo è lui stesso a decidere di fare qualcosa e lei, che ha sempre considerato sacre le sue scelte lo lascia andare: “la vita è questo infondo, butti un seme e aspetti che la pianta cresca, col terrore che venga sradicata, con la speranza che fiorisca”. Joaquin diventa un militante e prosegue il suo cammino su quel filo, su quella corda testa, quell’abisso che lo porterà a Cuba, gli regalerà un amore e un figlio , totopajazo appunto, e poi una morte travestita e violenta nel Cile della sua infanzia. La pianta sradicata. Non è vero, scrive la nonna al nipote, che il tempo guarisca le ferite.
Laura Forti dice che le piace pensare che la cultura sia un modo per confrontarsi, conoscersi, abbattere stereotipi. Da tempo scrive testi teatrali (è una delle italiane più rappresentate all’estero), tiene corsi di drammaturgia lavorando su fantasie narrative alimentate dalla realtà, traduce, propone conferenze legate al suo essere una scrittrice ebrea italiana, al teatro della Shoah, alla figura della donna immigrata. Tra storia ed emotività. In questo intenso, prezioso testo racconta le verità che ha scoperto su suo cugino, Jose Valenzuela Levi, morto molto giovane, ucciso dalla polizia cilena. Ed è una testimonianza importante sulla memoria, sulla sofferenza di ogni sensibilità introversa, sull’inutilità di negare il dolore. “Grazie” scrive la nonna al nipote nella sua ultima mail. “Grazie per quelle lacrime. “
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