Quell’Africa epica di Ngugi che diventa un po’ la nostra patria



Un grande affresco con al centro Kamiti e Nyawira. Ai loro piedi, schiacciato dal suo stesso peso e dal loro amore, il tronfio dittatore del piccolo, povero stato africano dell’Aburiria, i suoi torbidi corrotti ministri, i rappresentanti dell’occidente e della Banca Globale. Sullo sfondo, confuso, smarrito, il popolo sofferente e credulone e, a spuntare dall’oscurità, una miriade di spiriti della magia, della religione, della natura e della speranza. Tutto tessuto con maestria in “Il mago dei corvi” di Ngugi wa Thiong’o (La nave di Teseo editore, pagg. 908, traduzione di Andrea Silvestri, 24 euro). L’autore kenyota, noto anche come James Ngugi, è nato in un paesino a 30 chilometri da Nairobi 81 anni fa, uno dei 28 figli che il padre ha avuto da quattro mogli. È stato docente in prestigiose università americane, ha scritto poesia, romanzi e testi teatrali, ha quattro figli scrittori ed è da tempo in odore di Nobel. La sua opera, e in particolare da quando ha smesso l’inglese per scrivere in lingua locale, il Gikuyu, l’ha portato a subire violenze, a conoscere il carcere e infine l’esilio.

Claudio Magris l’ha definito “possente scrittore epico” ed è davvero straordinario come riesca a toccare tutti gli aspetti dell’animo umano in una scrittura godibile, a tratti ironica, a tratti intrisa di poesia.

Dunque il grande Dittatore viene convinto ad affrontare un’opera tentata con la Torre di Babele, ma mai portata al successo: un edificio che arrivi alle porte del Paradiso in modo che lui possa “rivolgersi quotidianamente a Dio per dargli il buongiorno e la buonasera”. Un’impresa che richiederà il supporto della Banca Globale che, diciamolo subito, lo negherà. Nel frattempo Kamiti si tramuterà quasi per gioco nel Mago dei corvi, una specie di eroe del bene i cui poteri stanno nella capacità di vedere veramente gli altri, e si innamorerà di Nyawira, che oltre a essere una segretaria efficiente e una coraggiosa sostenitrice dei diritti delle donne, è capo del Movimento per la Voce del Popolo, che osteggia naturalmente il dittatore. Il quale, durante un per lui penoso viaggio in America alla ricerca di riconoscimento e sostegno, contrarrà una molto bizzarra malattia. Cortigiani infidi e tumulti si avvicenderanno verso un finale esplosivo e intriso del miele della vita.

In questo libro, ha scritto Magris, “l’Africa di Ngugi diventa un po’ una nostra patria”. —

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