Generazione Cinquanta: istantanee di un passato duro nel libro di Simone
L’odore delle stufe a carbone, i sandali con le solette ortopediche, i calamai. Nel libro “La vita anteriore” la nostalgia è un atto di conoscenza

Dopo tanti anni passati a sognare il futuro, appena si è cominciato a capire che oltre la siepe non c’era l’infinito e nessun rutilante bengodi, ecco che il desiderio ha fatto inversione ed è tornato a guardare indietro.
Quel furbone di Fabio Fazio lo aveva intuito per primo e con Anima mia, il falsetto dei Cugini di Campagna e il culto degli anni Settanta ha trasformato la nostalgia in un format. Poi è stato tutto un fiorire di come eravamo: la tv in bianco e nero, Falqui, le gemelle Kessler, Luttazzi, gli anni Sessanta con un glamour che evaporò col Sessantotto. Un Techetechetè permanente, la storia d’Italia raccontata attraverso la televisione.
Oggi che il futuro appare sempre più cupo, tra crisi climatiche e pandemie futuribili, e il presente ci consegna guerre e violenze quotidiane amplificate da media compiaciuti, il passato sembra un rifugio naturale. Ma nessuno era ancora arrivato al punto toccato dal linguista Raffaele Simone, che con La vita anteriore. Memoria di una generazione con figure (Laterza, 270 pagg., 20 euro) compie un salto mortale all’indietro degno di Klaus Dibiasi: non gli anni Sessanta glamour, non i ruggenti Settanta, ma gli anni Cinquanta, quelli duri sul serio.
I Cinquanta poveri, freddi, fragili di un Paese che arrancava per rialzarsi dopo la guerra. L’Italia di virus e batteri, dove la morte non era una rimozione ma una presenza domestica: si moriva di tubercolosi, scarlattina, morbillo, e se girava male arrivavano difterite o poliomielite. I bambini erano falcidiati. Le case erano fredde, le strade fangose, l’igiene un concetto elastico. Eppure Simone ricorda quei giorni con nostalgia, e pour cause: l’infanzia è sempre l’età in cui il futuro ti si spalanca come una porta dorata.
Ma La vita anteriore non è solo un memoir per ottantenni che ritrovano in quelle pagine la propria infanzia. È il racconto di una generazione unica, quella nata a cavallo degli anni Quaranta, l’unica – scrive Simone – ad aver «saltato un evo intero», vivendo in una sola vita cambiamenti radicali in ogni aspetto dell’esistenza: le case, le famiglie, i modi di lavorare, amare, divertirsi; il cibo, i trasporti, la scuola, il corpo, la comunicazione, il costume, la politica, perfino il modo di fotografare e di guardarsi.
La struttura del libro alterna memoria personale e sguardo storico, con dissolvenze incrociate tra il bambino che Simone è stato e l’Italia che lo circondava, restituite anche attraverso molte fotografie: visi, ambienti, oggetti, atmosfere di un’epoca che oggi pare remota quanto l’Ottocento. È un tentativo di colmare quella deformazione della modernità che ci rende attentissimi a ciò che accade, ma ciechi a ciò che scompare.
Nelle sue pagine rivivono la scuola dei pennini da intingere nel calamaio che il bidello rabboccava; le gite al mare vestiti di tutto punto; il rigore domestico, le piccole miserie, le grandi speranze. Simone ricorda il sapore del latte in bottiglia di vetro lasciato a bollire troppo a lungo, l’odore acre delle stufe a carbone che d’inverno non bastavano a scaldare, le interminabili file all’ambulatorio dove bambini pallidi stringevano in mano la tessera sanitaria fradicia di pioggia.
E poi gli oggetti: la radio enorme come un altare laico, i sandali “corretti” con le solette ortopediche, le fotografie rigide su cartoncino che immortalavano famiglie composte e un po’ spaventate. Tutti dettagli minuscoli ma decisivi, che restituiscono la consistenza fisica di un mondo ormai svanito.
Un mondo che appare quasi un reperto archeologico, e tanto più se pensiamo che oggi perfino nei corsi dell’Università della Terza età insegnano come usare l’intelligenza artificiale per trovare ricette. Il risultato è un libro che, partendo dal passato più povero e fragile, interroga il nostro presente smarrito e ansioso. E ci ricorda che la nostalgia non è solo consolazione: è anche un atto di conoscenza. Guardare indietro, a volte, serve per capire dove abbiamo perso la strada – o dove potremmo ritrovarla.
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