Renato Calligaro



Un fumetto che cita la pittura e una pittura che si fa narrazione: il mondo reale e fantastico di una delle figure più poliedriche che può vantare a tutt’oggi il territorio friulano viene raccontata nella mostra “Calligaro: il linguaggio visivo come avventura”, ospitata a Casa Cavazzini di Udine. Curata da Paola Bristot, Vania Gransinigh e Vanja Strukelj, la rassegna ripercorre in modo ampio ed esaustivo l’attività dell’artista di origini friulane, di fama internazionale.

Pittore, illustratore, fumettista e scrittore, Renato Calligaro, nato a Buja, vicino a Udine, nel 1928, ha trascorso l'infanzia e la giovinezza tra l’Italia, l’Argentina e il Brasile.

Dopo l’esperienza della guerra vissuta in Friuli, nel 1946 si è trasferito a Buenos Aires dove ha frequentato la facoltà di Architettura. Inizia ad appassionarsi alla pittura, studia l’arte del Trecento e del Quattrocento italiano; Piero della Francesca è tra i suoi pittori prediletti. Contemporaneamente è attratto dalla cultura dell’esistenzialismo e dalla letteratura del realismo magico. Negli anni Cinquanta è in Brasile dove inizia la sua carriera di grafico pubblicitario.

Le prime testimonianze pittoriche presenti in mostra risalgono alla fine degli anni Cinquanta e ai primi anni Sessanta: i soggetti sono legati all’idea del viaggio, all’essere migrante, ma c’è anche un ritratto della madre. Lo stile guarda al Nuevo Realismo di Antonio Berni ripreso in chiave più semplificata, più essenziale nelle scelte compositive e cromatiche, un po’ alla Sironi. In alcuni particolari ricorda pure Piero della Francesca, come ad esempio in “Cabocio” dove i piedi del protagonista sono ad angolo retto, a suggerire un’idea di spazio occupato dalla figura. Altrove sembra richiamare la pittura del neorealismo italiano e friulano come osserva Vanja Strukelj a proposito di “Esodo” che pare rievocare “Assemblea di braccianti sul Cormor” di Zigaina.

Nel 1964, in seguito al golpe dei colonnelli in Brasile, Calligaro si stabilisce definitivamente a Udine.

La sua pittura si fa più astratta e allo stesso tempo più narrativa iniziando a suddividersi in trittici, in sequenze, accogliendo inserti linguistici diversi al suo interno.

Contemporaneamente amplia il suo campo d’azione, sperimenta il fumetto.

«Mi affascinò l’idea di avere una figura (due, tre, più figure) tutta mia da far recitare sul foglio -ricorda l’artista-. Facendole fare e dire quello che avessi voluto. Un prodigio teatrale. (Poi si sarebbe rivelato tutto un nuovo universo dell’arte)».

Nascono così Manuel “un indio sudamericano rivoluzionario guevariano” e Giò, “un intellettuale beat più portato alla rivoluzione culturale”. Siamo negli anni Sessanta, gli anni in cui si diffonde la cultura della Beat Generation e l’idea dell’immaginazione al potere; nel 1965 viene fondata la rivista “Linus”, la prima rivista italiana dedicata esclusivamente ai fumetti con le serie dei Peanuts di Schulz, Krazy Kat di Herriman, B.C. di Johnny Hart, Pogo di Walt Kelly e poi le storie di Corto Maltese di Hugo Pratt, le vignette di Altan, Pericoli, Vincino e Vauro, dove non mancano elementi di critica sociale e la satira politica.

Manuel e Giò finiscono sulle pagine di “Linus” e di “Cronache friulane”; altri, nuovi personaggi giungeranno poi su riviste e quotidiani come “Confronto”, “Vie nuove”, “Manifesto”, “Panorama”, “L’Espresso”, “Satyricon” (La Repubblica), “Tango” e “Cuore” (L’Unità).

«Dall’autocritica nacquero al principio degli anni ‘70 Oreste e Nicola e Donna Celeste - racconta ancora l’autore -. Cambiai segno, più incisività, più plasticità, più rabbia. Nel contenuto tuttavia i personaggi erano più credibili, specchio di una realtà quotidiana».

In mostra a Udine accanto alle storie dei suoi personaggi stanno sempre i dipinti che da un certo punto in poi paiono di ascendenza surrealista nelle atmosfere, nei colori, nelle articolazioni dello spazio, nella fusione di dentro e fuori come di pensiero e realtà.

La contaminazione dei linguaggi e delle tecniche arricchisce sia le sue strisce sia la sua pittura: Gillo Dorfles riconosceva nell’espressione dell’artista friulano stilemi di Max Ernst, Klee, Leger e Bacon pur nella sua “assoluta identità espressiva”.

Si giunge così a “Poema barocco”, il racconto per immagini pubblicato per la prima volta nel 1988: le 28 tavole originali esposte a Casa Cavazzini con la loro commistione di pittura, disegno, collage, grafica attraggono l’occhio dello spettatore soltanto per la bellezza delle immagini e la suggestione dei colori. Chi vi si sofferma ulteriormente può cogliere quindi le più diverse citazioni sia pittoriche che letterarie di cui quest’opera è enormemente ricca. E la mente va immediatamente a Dino Buzzati quale antecedente più prossimo, con la sua pittura evocativa e il suo “Poema a fumetti”, o all’opera di Lorenzo Mattotti, l’“allievo” di Calligaro a lui più affine. Tra i personaggi disegnati più di recente quelli per il quotidiano francese “Le Monde” si fanno testimoni di nuovi disincanti; tra gli ultimi dipinti realizzati “L’architetto” ci piace credere rappresenti l’autore stesso, nelle vesti di un Icaro-demiurgo, pronto a creare ancora nuovi mondi e nuove storie. —



Riproduzione riservata © Il Piccolo