Sarajevo Safari arriva nelle sale italiane: a Trieste la presentazione con il regista

Oggi alle 20.30 all’Ariston il documentario di Miran Zupanič, alla presenza della produttrice esecutiva Danica Ikovic e dello storico Bojan Mitrović, in una serata organizzata da Kinoatelje, Slovenski klub, Open DDB e La Cappella Underground

Federica Gregori
Sarajevo devastata dalla guerra
Sarajevo devastata dalla guerra

È uno scarto netto che se non stona, perlomeno disorienta. Pensare a come l’ultimo documentario di Miran Zupanič, uscito in questi giorni, sia un film luminoso, ricco di calore e di umanità: "Gora Rocka" è il racconto collettivo e vitale di un festival rock amatissimo in Slovenia che da oltre vent’anni tiene insieme una comunità. Eppure, appena si torna indietro di un film, la luce si spegne. Perché "Sarajevo Safari" è un documentario che lavora in direzione opposta. Che disturba, interroga, costringe a guardare. E che riporta alla luce una delle vicende più oscure e rimosse dell’assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1996: l’esistenza dei "cecchini del weekend", stranieri facoltosi che pagavano per poter sparare su donne, bambini, anziani, persone civili nella città già martoriata dalla guerra. Oggi "Sarajevo Safari" arriva per la prima volta nelle sale italiane, alle 20.30 al Cinema Ariston, alla presenza del regista, della produttrice esecutiva Danica Ikovic e dello storico Bojan Mitrović, in una serata organizzata da Kinoatelje, Slovenski klub, Open DDB e La Cappella Underground.

Zupanič, il suo film ha riacceso l’attenzione su una vicenda per anni rimasta ai margini, considerata quasi una leggenda metropolitana. Quando ha iniziato a capire che era un fenomeno reale e ben organizzato?

C'era questa troupe cinematografica composta da Franci Zajc e Božo Zadravec che si trovava già a febbraio del 1993 in Bosnia: erano partiti per girare immagini della guerra pensando di realizzare un documentario; a dicembre '93 si sono diretti a Sarajevo, per circa un mese, quindi erano ancora lì all'inizio del '94. Zajc in particolare aveva dei contatti molto solidi, sia con la Bosnia che con Sarajevo, e da questi ha sentito parlare di questa vicenda. Tornati a casa, ha messo da parte questa storia per un bel po'; è stato a febbraio del 2019 che mi ha approcciato, raccontandomi tutto ciò che aveva sentito: sono rimasto profondamente scioccato. Franci mi ha chiesto se volevo farne un documentario, ma all'inizio ero scettico: dubitavo soprattutto sul riuscire a trovare testimoni solidi, che potessero documentare e testimoniare la vicenda.

Il suo lavoro, infatti, si basa su testimonianze molto delicate e difficili da ottenere. Qual è stata la sfida più grande nel convincere queste persone a parlare?

In realtà Franci Zajc aveva già il primo, importante contatto: il testimone sloveno, quindi il testimone chiave che racconta la vicenda (l'ex 007 che nel film appare con il volto oscurato ndr). Come primo passo l'ho voluto incontrare per accertarmi di persona delle sue dichiarazioni, ma una volta sentito il racconto per intero mi sono ricreduto: lì ho capito che il film si sarebbe potuto realizzare. In seguito però ho voluto trovare altri che potessero testimoniare quella storia. Ancora una volta c'era Franci, con la sua rete di rapporti molto stretti e solidi con Sarajevo: sono seguite varie ricerche, quindi siamo entrati in contatto anche con la fonte bosniaca che lavorava nell'intelligence serba (Edin Subašić ndr). Che non ha avuto nessuna titubanza a raccontarci quel che sapeva, anzi: si è instaurato un rapporto di fiducia, così abbiamo registrato la sua testimonianza. Durante le ricerche si sono fatti avanti, spontaneamente, anche dei testimoni dalla parte serba. Ma poi, tra il covid e il tempo trascorso per le ricerche, si sono tirati indietro: non hanno più voluto apparire nel film motivandolo col fatto che avevano paura per la loro incolumità. Un peccato, perché erano molto importanti: con una terza voce testimoniale i tasselli si sarebbero intrecciati l'un l'altro andando a confermare l'intero l'impianto. Perché il senso è questo: testimoni che non si conoscono ma che raccontano la stessa storia. Il teste sloveno e quello bosniaco, ad esempio, non sapevano nemmeno dell'esistenza l'uno dell'altro, ma le loro storie combaciavano perfettamente.

E lei? Ha mai pensato di fermarsi, o ha ricevuto pressioni?

L'accordo con la produzione era fin dall'inizio senza obblighi, potendo decidere insieme di chiudere il film in caso non si fossero trovate abbastanza fonti attendibili a conferma. Accertati che la fonte slovena lo fosse, che il materiale iniziasse a diventare sempre più ampio e avviato, quindi, il progetto, anch'io ho provato un po' di paura: non sai mai con chi hai a che fare, chi sta dall'altra parte. Ma l'ho superata in fretta, prendendomi la responsabilità di portare alla luce questa storia: se avessi taciuto sarei stato complice. Per i quattro anni di realizzazione del film è filato tutto liscio, anche perché abbiamo mantenuto un profilo basso ed erano in pochissimi ad esserne a conoscenza. Quando però è stato annunciato al festival che Al Jazeera Balkans (co-produttore del film ndr) organizza ogni anno a Sarajevo, da lì è nato un enorme tsunami mediatico, specialmente dalla parte dei serbi: hanno negato categoricamente che questa vicenda fosse vera prima ancora che il film uscisse, dicendo che ero stato assoldato dalla CIA o dalle Nazioni Unite per demonizzare un'intera nazione. Quindi anche se non ho mai avuto pressioni dirette, la situazione è stata molto difficile e mi hanno fatto passare per il più grande nemico di un Paese.

Il suo documentario ha acceso l’attenzione anche della magistratura italiana, portando a un’indagine in corso. Si aspettava che potesse avere un impatto così concreto sul piano giudiziario?

Sono lieto che il film sia stato un punto di partenza, un catalizzatore che ha aperto nuove strade, ma non avevamo l'intento di andare così lontano: il nostro desiderio era fondamentalmente quello di parlare al pubblico e portare alla luce una storia per anni nascosta, raccontando quanto inimmaginabile può essere il male che può risiedere nelle persone. E volevamo mettere un po' di luce sul fatto che non era un individuo singolo che veniva e sparava, ma c'era tutto un sistema, quasi un'impresa che ha fatto guadagnare a molti tantissimo denaro, un network organizzato che supportava la possibilità di andare a sparare e uccidere le persone e le agenzie dell'intelligence ne erano a conoscenza. Con l'uscita del film mi aspettavo si avviasse un dibattito pubblico e mediatico, che magari avrebbe portato alla luce nuove testimonianze. Ci sono state ondate d'interesse di stampa da tantissimi paesi, difficile tenerne un'evidenza: io stesso sono diventato una persona a servizio del pubblico, cercando di rispondere a tutte le richieste. Ho notato che non ce n'è stata nemmeno una dalla Serbia, come se volessero sorvolare, dimenticare. Dal punto di vista giudiziario, speravo ci fosse un'inchiesta in Bosnia, assolutamente non mi aspettavo che accadesse in Serbia. È stata come una valanga: da un piccolo punto sono nate nuove prospettive. È spuntata la testimonianza del marine John Jordan, che aveva deposto al Tribunale dell’Aja già nel 2007 ma non aveva riscosso alcuna attenzione mediatica. È uscita una nuova testimonianza da parte serba, di Aleksandar Licanin. E ancora l'esposto importantissimo di Ezio Gavazzeni, o il racconto di Michael Giffoni, un rappresentante della diplomazia italiana che ha confermato la conoscenza dei cecchini a pagamento da parte del Sismi.

Ha passato idealmente il testimone a giornalisti e magistrati. Cosa si augura accada adesso, e quale responsabilità sente abbia l’Europa nel fare luce su questa pagina?

Ripongo molte speranze sull'inchiesta della Procura di Milano, sperando che potrà far emergere informazioni a cui io non ho potuto avere accesso. Il fatto però di arrivare in tribunale e che persone con nome e cognome possano venir condannate lo trovo un po' utopico: non mi aspetto che si arrivi così lontano. L'importante è che l'accusa trovi ulteriori informazioni che aggiungano altra luce alla questione: perché le varie fonti attestano che non venivano a sparare solo dall'Italia, ma anche dalle altre nazioni. Con lo sviluppo in Italia, se avesse un buon fine, spero in una reazione a catena, spingendo anche procure di altre nazioni ad aprire un'inchiesta simile, affinchè le persone sappiano di più a riguardo. Tuttavia, vista la tanta violenza nel mondo, non è facile essere ottimisti sugli esiti più profondi: ma far emergere la verità resta già un passo fondamentale.

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