“Scendevamo giù per la collina» i versi di Valera, grinta e inclusione

Domani l’appuntamento con l’autrice è alla Casa  della Musica. Il suo impegno per il concorso internazionale “Castello di Duino”

“Scendevamo giù per la collina” è il nuovo titolo della raccolta in versi (Battello Stampatore, pag. 223, euro 16) di Gabriella Valera. Già dal titolo si intuisce un approccio quasi lirico, ma di fatto il nuovo libro di Valera presenta un’ispirazione che (anche) se a tratti si traduce in lirica, tende comunque a nutrirsi di una realtà quotidiana, non senza esaminare ciò che accade nel mondo.

Una poesia sabiana, come osserva il critico Enzo Stanese in postfazione, una poesia che non vuole procedere per sperimentazioni, ma si alimenta di quella semplicità che riesce a tradurre la parola comune in verso.

La silloge sarà presentata sabato alla Casa della Musica (ore 18) da Enzo Stanese e Claudia Azzola che ne ha curato l’introduzione.

Versi precisi, in cui la memoria ha un ruolo decisivo perché ricordare equivale anche a sentire. E molto sente l’autrice, predisposta a un’accoglienza che è anche elemento di poetica. Un’accoglienza che Valera ha sempre praticato anche nella vita, basti pensare alla rassegna che conduce da anni, il Concorso Internazionale di Poesia e Teatro Castello di Duino, un’iniziativa che apre uno spazio poetico a centinaia di giovani, oltre a portare autori celebri in città.

“Scendevamo giù per la collina” è un cammino che unisce l’esistenziale al sociale, perché Valera esamina l’intimità (non l’intimismo) delle sensazioni, ma sa anche rovesciare la prospettiva e delineare uno sguardo diretto all’esterno, a ciò che civilmente è insopportabile, la violenza umana, l’intolleranza, lo sfruttamento sul lavoro, la guerra.

Così nella persuasiva “Mi hanno detto che dovevo lasciare la terra” e altrove ancora scrive quanto il paesaggio sia in contrasto con l’uomo: dove non c’è sofferenza e dolore la natura si compiace. Tuttavia anche se il cuore talvolta è pieno di morte, di abbandoni e tenebre, Valera non si chiude, non demorde, combatte, ospita, raccoglie le sue forze e guarda intorno “ciò che ancora voglio ricordare/fino all’ultimo giorno”. Anche il linguaggio è sempre in bilico tra alto e colloquiale in molti componimenti lineari, aiutati dall’anafora o da evocazioni metapoetiche, sempre restituite con semplicità: “È un canto il mio/che trova dura la resistenza del linguaggio”. E poi c’è l’amore, che giustamente è un “soffio”, l’amore verso l’altro, verso il nostro doppio, in questo caso Ottavio Gruber, il marito, che completa il libro con un bel percorso in immagini, a dirci entrambi che bisogna amare tutto, finanche la morte, “imparare ad essere/come la riva che accoglie”. —

M.B.T.

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