Se n’è andato Joe Cocker Fu un eroe di Woodstock

Se n’è andato un altro pezzo di Woodstock, della generazione che aveva ancora ideali e non paure, credeva in un mondo migliore ed era convinta di poterci arrivare. Joe Cocker è morto ieri all’età di 70 anni. Troppo pochi per i parametri attuali, abbastanza per quelli che, nell’epoca del sesso, droga e rock ’n roll, non avrebbero scommesso che sarebbe arrivato ai trenta. Ma lui, per l’anagrafe John Robert Cocker, nato il il 20 maggio 1944 a Sheffield, li ha sorpresi tutti. Con le sue rinascite personali e musicali. Non c’erano grandi chance, a Sheffield, nel dopoguerra. O entravi in acciaieria o ti trovavi qualcos’altro da fare, meglio se remunerato. Lui aveva scelto la musica. A soli 15 anni, con il nome di Vance Arnold, era diventato un membro degli Avengers, poi dei Big Blues nel 1963, e infine della Grease Band, tre anni dopo nel 1966. Erano gli Swinging Sixties, con i Beatles a tracciare la rotta. E fu proprio una loro cover, “I'll Cry Instead”, dall'album “A Hard Day's Night” a caratterizare il suo primo singolo.
Questo ragazzone del Nord, la voce come carta vetrata, riuscì a far sollevare qualche sopracciglio agli ingessatissimi critici inglesi dell’epoca. Ma ci volle la sua apparizione a Woodstock per lanciarlo a livello mondiale. Devastato (meglio non investigare da cosa...), stimolato dalle frasi alla chitarra di Henry Mc Cullough, Joe uscì davanti ai 500mila e cantò “With a Little Help from My Friends”', altra cover beatlesiana. Un’icona, poi ripresa in un’indimenticabile cover di John Belushi al Saturday Night Live.
E fu successo. Con annessi e connessi. Il suo tour con i “Mad Dogs and Englishmen”, con l’occhio sornione e la presenza ieratica di Leon Russell, fu l’evento assoluto dei primi anni ’70. “Cry Me a River”' e “Feelin' Alright” entrarono nell’immaginario collettivo e nel 1970, la sua versione live di “The Letter” dei Box Tops, raggiunse la Top Ten Usa.
Era arrivato. Ma ne scontò le conseguenze. Furono anni di alcol e droghe, col suo nome a farsi sempre più piccolo e a disperdersi nelle locandine. Finché negli anni Ottanta tornò alla ribalta grazie al duetto con Jennifer Warnes, “Up where we belong”' per la colonna sonora del film del 1982 “Ufficiale e gentiluomo”. Un exploit da cui partì la seconda parte della sua carriera. Arrivarono al successo, totale, anche “You can leave your hat on”', che accompagnava lo spogliarello di Kim Basinger in “Nove settimane e mezzo”, e “What are you doing with a fool like a me” fino alle hit “Unchain My Heart”, “When the Night Comes”, “N'oubliez jamais”.
Negli ultimi anni viaggiava prevalentemente in Europa, come un vecchio signore inglese. Un nuovo, tardivo amore e il manager di sempre, Barrie Marshall, sembravano poterne rilanciare la carriera. Ed è stato così fino a quando un problema al polmone, quello che gli inglesi con straordinaria delicatezza, definiscono “undisclosed illness” e cioè malattia non scoperta, ne ha stroncato la vita. Ma non, di sicuro, il mito.
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