Responsabilità e memoria: che cosa è stata la Shoah in Italia e in Friuli Venezia Giulia
Dal nord-est furono inviate nei campi tedeschi tra il 1943 e il 1945 circa 8220 persone, ma solo una parte di questi erano ebrei: circa 700 quelli triestini, la comunità più folta, poco più di una trentina quelli rastrellati in Friuli

La decisione del 2005 dell’ONU di istituire al 27 gennaio di ogni anno un Giorno della memoria per commemorare le vittime della Shoah nella data in cui, nel 1945, le truppe sovietiche della 60ª Armata liberarono il campo di Auschwitz è divenuta «la più europea delle nostre celebrazioni civili» (A. Foa).
Ma cosa è stata la Shoah nel nostro Paese e in Friuli Venezia Giulia? Se si considera solamente il dato quantitativo, rispetto a Paesi nei quali furono sterminati il 50% o più degli ebrei residenti (il 75% in Polonia), i 7000 ebrei italiani che furono uccisi o deportati nei campi (il 16% di coloro che vivevano in Italia) può dare l’idea che il disegno di eliminare la “razza ebraica” abbia avuto in Italia un peso minore che altrove. Ma il contributo del fascismo alla Shoah è stato più ampio e importante di questi numeri.
Le leggi emanate da Hitler a Norimberga nel 1935 che definirono con criteri biologici il razzismo antiebraico furono introdotte durante la guerra in tutti i Paesi antisemiti europei: solo l’Italia di Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III di Savoia, però, le adottò prima che avesse inizio la Seconda guerra mondiale. La versione secondo cui Mussolini sarebbe stato in qualche modo costretto a seguire la politica razzista di Hitler senza potersene affrancare è dunque falsa: annunciate a Trieste il 20 settembre 1938, le leggi italiane erano per l’epoca più gravi di quelle in vigore in Germania, prevedevano ad esempio l’espulsione degli studenti ebrei dalle scuole pubbliche o limiti al diritto di proprietà. Né vi è peraltro evidenza che Mussolini agì sotto pressione dell’alleato.
Le leggi del 1938 erano state precedute dall’allontanamento da ruoli importanti nella società degli ebrei italiani, molti dei quali avevano peraltro preso parte alla Prima guerra mondiale ed avevano, in una percentuale consistente, condiviso l’ideologia mussoliniana. Esemplare la vicenda dell’udinese Elio Morpurgo, già sindaco di Udine, più volte parlamentare del Regno, nominato senatore a vita nel 1920 e convinto sostenitore del regime fascista, al cui interno ricoprì importanti cariche. Anch’egli fu colpito dalle leggi razziali del 17 novembre 1938 e si ritirò a vita privata. Ricoverato in gravi condizioni presso l’ospedale civile di Udine, il 26 marzo 1944 fu prelevato, condotto a Trieste a San Sabba e quindi verso Auschwitz, dove non arrivò però mai.
Dopo l’8 settembre 1943, sotto l’occupazione tedesca e la Repubblica sociale italiana, ebbero inizio la persecuzione e la deportazione. La retata più grave della Shoah italiana fu quella di Roma: 1259 arrestati il 17 ottobre 1943, di cui poco più di mille deportati ad Auschwitz il giorno successivo, compreso un piccolo nato subito dopo l’arresto della madre.
Dal nord-est furono inviate nei campi tedeschi tra il 1943 e il 1945 circa 8220 persone, ma solo una parte di questi erano ebrei: circa 700 quelli triestini, la comunità più folta, poco più di una trentina quelli rastrellati in Friuli. La comunità ebraica goriziana venne deportata il 23 novembre 1943: era composta da 22 persone da 1 a 90 anni, bambini, donne e qualche vecchio.
Furono strappate dai letti e caricate sui vagoni piombati; all’SS che la spingeva sul camion l’ottantacinquenne Elisa Luzzatto disse: “Ma voi non avete una madre?”. A San Sabba a Trieste venne messo in funzione un campo di detenzione gestito da una novantina di specialisti venuti dai campi tedeschi. Vi furono uccise tra le tre e le quattro mila persone, tra ebrei, partigiani sloveni, italiani e croati, dissidenti politici e semplici sospetti, donne e ragazzi di ogni età, per eliminare i quali fu messo in funzione un forno crematorio.
Se il fascismo non concepì e organizzò lo sterminio degli ebrei, fu però consapevole alleato di Hitler. Già dalla seconda metà del 1942 Mussolini aveva ricevuto varie notizie sulla Shoah e anche i dirigenti fascisti ne erano informati. Quando poi, nell’inverno 1943, la situazione per la Germania si fece militarmente complicata, fu richiesto alla Repubblica sociale di condurre la cattura degli ebrei «con forze fasciste»: così dal 1943, ha scritto Michele Sarfatti il massimo esperto della Shoah italiana, «la grande maggioranza degli ebrei della penisola fu arrestata dalla polizia italiana».
Molti italiani, che giustamente vengono celebrati, si distinsero per il soccorso e la solidarietà che dimostrarono verso gli ebrei, ma molti altri, a cominciare da Mussolini e da casa Savoia, furono complici consapevoli della Shoah.
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