La ninna nanna triestina di Giuseppe Verdi

La scrisse per il figlio di un collega, il piccolo Gabriele, nato il 28 maggio 1850. A Trieste il compositore, di cui ricorrono i 125 anni dalla morte, assistette alla prima de Lo Stiffelio alloggiando all’Hotel de Ville e a Villa Severi

Zeno Saracino
Giuseppe Verdi
Giuseppe Verdi

 

«Verdi è morto! Poco dopo la mezzanotte, il Maestro fu colto da una crisi. Accorsero nella stanza del morente tutti i congiunti e gli intimi, fra cui il maestro Giordano e la sua signora, che riposavano, e i giornalisti». Il Piccolo della sera riportò (quasi) in tempo reale, grazie alla magia del telegrafo, il trapasso «dell’artefice sublime cui ogni uomo civile deve fremiti e spasimi». Era il 27 gennaio 1901, alle 2.50 di notte, centoventicinque anni or sono.

La partecipazione dei triestini, testimoniata non solo dai giornali filoitaliani, ma in generale dalla stampa di ogni inclinazione, fu intensa: la vita del compositore, nei giorni seguenti, venne sviscerata fin nel minimo dettaglio sui fogli locali, in primis Il Piccolo, e si affollarono in quei giorni di commozione ephemera, scartafacci e firme verdiane d’ogni genere.

Il primo segno tangibile fu, da parte del Consiglio Comunale, la scelta di intitolare a Verdi il Teatro Comunale (1861), in precedenza Grande (1820) e ancor prima, all’epoca della sua costruzione da parte dell’architetto Selva, già autore de La Fenice di Venezia, Nuovo (1798). Il Consiglio assecondò poi le richieste dei cittadini per un monumento dedicato al grande compositore, dando via a quel concorso destinato alla realizzazione della statua del milanese Alessandro Laforêt; collocato in piazza san Giovanni, demolito dai filo austriaci durante le grandi agitazioni del 1915 e infine ricostruito in bronzo nella sede originaria.

Sarebbe facile circoscrivere Verdi al solo discorso nazionale e trasformarlo, come più volte si è tentato (e si tenta tutt’oggi), in uno dei santini mummificati del Risorgimento. E tuttavia il legame con Trieste evidenzia un rapporto (anche) mediato dalla profonda cultura musicale di una città borghese, la cui dieta culturale nel XVIII secolo si era alimentata soprattutto di opere teatrali. Le visite di Verdi a Trieste, in questo contesto, dimostrano come il compositore riconoscesse alla città il ruolo non solo di spettatore, ma di critico sottile, a volte pungente.

Il Nabucco, rappresentato l’11 gennaio 1843 al Teatro Grande, furoreggiò tra i triestini, come lo stesso Ernani, ripetuto per venti sere consecutive; e tuttavia proprio nel 1848, anno della Primavera dei Popoli (ma non nella fedelissima Trieste e nella Principesca Contea di Gorizia), Il Corsaro naufragò quasi subito, non piacque ai triestini. Ciò non di meno Verdi scelse di recarsi di persona a Trieste per la prima de Lo Stiffelio, prevista a Trieste il 16 novembre 1850. Nonostante fossero passati solo due anni dalla prima guerra di indipendenza, il governo austriaco si limitò a tagliare qualche piccola parte e a modificare qualche verso, senza censurare l’opera di Verdi.

Il soggiorno del compositore avvenne dapprima all’Hotel de la Ville, tutt’oggi ricordato da una targa; poi a Villa Severi presso l’amico tenore Giovanni. E fu in quest’occasione che Verdi scrisse una ninna nanna per il figlio del collega, il piccolo Gabriele, nato il 28 maggio 1850. Il prezioso frammento è tutt’oggi visibile al Civico Museo Teatrale Carlo Schmidl, assieme a fotografie e dediche di questa prima visita.

Eppure, nonostante le litografie di Verdi venissero vendute a ogni triestino, quasi una rockstar ante litteram, Lo Stiffelio non piacque molto. Il pubblico triestino dimostrava di saper andare oltre il personaggio, tributando negli anni successivi di nuovo grandi lodi al Rigoletto e alla Traviata, ma bocciando ad esempio il Trovatore.

Se «il funerale modestissimo» del 2 febbraio 1901 a Milano si svolse senza (quasi) incidenti, il secondo funerale per traslare il feretro di Verdi nella cripta della Casa di Riposo per Musicisti si trasformò, negli anni precedenti al conflitto mondiale, in una grande celebrazione nazionalista. Nell’occasione la Società Ginnastica Triestina (SGT), all’epoca chiamata Unione Ginnastica e forte di migliaia di soci, incaricò la Famiglia Triestina di Milano di portare gli omaggi dell’associazione giuliana. Forse per compiacere i cugini oltre confine, forse travolti dall’entusiasmo, la Famiglia intervenne al funerale, come descrive la Direzione di polizia austriaca, «con un’alabarda di fiori di grandezza straordinaria» dove era chiaramente leggibile la scritta “Trieste irredenta”.

Non appena la notizia giunse a Trieste, la Ginnastica Triestina fu chiusa «per tendenze sovversive», essendo accusata di irredentismo. La combattiva società sportiva, dopo essere stata serrata a seguito dei funerali di Garibaldi, conosceva così un’altra chiusura “dall’oltretomba” risorgimentale. —

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