Sir Richard Burton e la geniale intuizione per decifrare il mistero della lingua etrusca

Duecento anni fa, il 19 marzo 1821, nasceva l’eclettico personaggio, orientalista, viaggiatore, console, che ha legato il suo nome a Trieste 
sir richard francis burton, 1821-1890, in his tent in africa. british explorer, translator, writer, soldier, orientalist, ethnologist, linguist, poet, hypnotist, fencer and diplomat. from the book the life of captain sir richard burton, volume i, by his wife isabel burton, published 1893.
sir richard francis burton, 1821-1890, in his tent in africa. british explorer, translator, writer, soldier, orientalist, ethnologist, linguist, poet, hypnotist, fencer and diplomat. from the book the life of captain sir richard burton, volume i, by his wife isabel burton, published 1893.

il personaggio



Nasceva oggi, il 19 marzo di 200 anni fa, 1821, uno dei personaggi più carismatici e interessanti dell'epoca eroica delle esplorazioni geografiche e degli albori dell'antropologia culturale, Sir Richard Francis Burton, il quale, vivendoci a lungo e finendo per morirvi nel 1890, ha legato il suo nome anche al porto di Trieste. E oggi un gruppo di appassionati di varie provenienze geografiche – Italia, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Irlanda, Tunisia – e professionali – docenti universitari, giornalisti, scrittori, ricercatori indipendenti, attori, blogger – avrebbe dovuto incontrarsi a Torquay, nel Devonshire, per una delle conferenze internazionali biennali che il generosissimo Michael Walton – promotore di mostre ed eventi, donatore di un cospicuo fondo di libri e documenti alla Biblioteca Civica di Trieste – organizza da anni a sua cura e spese spinto unicamente dalla sua passione burtoniana. Nel 2015 la prima International Richard Burton Conference si ebbe a Trieste, nel 2017 eravamo ad Abbazia, nel medesimo hotel in cui i coniugi Burton avevano soggiornato per tre mesi nel 1888, nel 2019 a Boulogne-sur-Mer, dove Richard e Isabel si erano incontrati nel 1850 mentre oggi, appunto, avremmo dovuto essere a Torquay dove Richard è nato. La pandemia si è portata via anche questo appuntamento storico che speriamo di poter riprendere in autunno, quando uscirà anche la seconda edizione del volume curato da Giovanni Modaffari e Sergio Zilli per l'editore triestino Comunicarte “Sir Richard F. Burton, Trieste e l'esplorazione” cui molti appassionati della summenzionata cerchia burtoniana hanno contribuito e che è stato rapidamente esaurito.

C'è ancora bisogno, parlando di Burton, di raccontarlo ogni volta dall'inizio? Me lo chiedo stendendo queste righe e ricordando la mia prima conferenza su di lui, nel 2009, che avevo intitolato “L'altro Richard Burton” cercando di suggerire al pubblico che non avrei parlato del celebre attore gallese, più volte candidato all'oscar e più volte marito di Liz Taylor, ma appunto dell'“altro” Richard Burton, l'orientalista, il poliglotta, il viaggiatore, quello che ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca travestito da arabo, lo sfortunato ricercatore delle sorgenti del Nilo, il console inglese che ha visitato il regno dei tagliatori di teste di Dahomey cercando di estirpare la tratta degli schiavi, il diplomatico che ha esercitato in Brasile, a Damasco e poi a Trieste, l'avventuriero che ha cercato le miniere d'oro di Salomone nella penisola arabica, l'autore di un numero enorme di pubblicazioni su quasi ogni branca dello scibile umano, l'archeologo, il glottologo, il traduttore delle “Mille e una notte”, del “Kamasutra” e di molti altri capolavori della tradizione letteraria orientale.

Mi piace un po' immodestamente pensare che forse no, che forse anche grazie alle tante iniziative grandi e piccole che abbiamo realizzato soprattutto a Trieste e soprattutto, resti agli atti, grazie alla dedizione di Mick Walton, questo straordinario personaggio sia meglio conosciuto di dieci anni fa e che si possa cominciare ad approfondire di volta in volta alcuni aspetti della sua eccezionale esperienza.

Anche perché la personalità e l'attitudine con la quale Burton affronta i grandi snodi tematici e culturali della sua epoca sono tali da riportarlo in qualche modo sempre al centro, al centro di tutto. O almeno lì vicino. Ascoltate questa storia che intitoleremo “Richard Burton, Philip Cautley e la misteriosa mummia di Agram”. Nel 1876, Burton, che vive a Trieste ormai da quattro anni, pubblica un saggio intitolato “Etruscan Bologna” che si dedica all'allora indecifrata lingua etrusca il cui resistente mistero lo attrae irresistibilmente. «Un giorno, - scrive - visto che la scienza linguistica è alla disperazione, forse porteremo alla luce una lunga iscrizione bilingue che si dimostrerà una vera Stele di Rosetta».

Sono parole in certa misura profetiche. Due anni più tardi, infatti, Burton prega il suo vice-console di recarsi ad Agram, come veniva chiamata Zagabria, per trascrivere le iscrizioni vergate in misteriosi caratteri sulle bende in lino della così detta “mummia di Zagabria”, un reperto egiziano di cui ha sentito parlare, portato nei Balcani da un professore di quella Università. Il vice-console si chiama Philip Proby Cautley e, anni dopo, sarà l'insegnante di inglese di Ettore Schmitz, Italo Svevo, che, scontento, lo sostituirà con James Joyce, un incontro che cambia la storia della letteratura occidentale. Solo per dire che Cautley del suo incarico non ne capisce nulla ed esegue meccanicamente. Del resto nessuno avrebbe potuto allora immaginare che quei caratteri, benché privi dell'auspicata traduzione, rappresentavano la chiave del mistero: il più ampio frammento di testo etrusco mai emerso. Per sua fortuna Burton non ha mai saputo la verità perché è solo dopo la sua morte, nel 1891, che il prof. Jakob Krall dell'Università di Vienna, la intuisce. Come nel caso della sorgente del Nilo, Burton era andato vicino alla soluzione di uno dei più appassionanti misteri del suo tempo senza riuscire a centrarla. Un titano sfortunato o un dilettante assai versatile? La difficoltà di decifrarlo fino in fondo è parte del suo fascino. —



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