“Songbird”, il film pandemico che allunga il lockdown al 2023
Cinema pandemico all’ennesima potenza, “Songbird”, primo lungometraggio girato a Los Angeles dopo il grande stop e anche il primo ad affrontare direttamente l’argomento, non è che l’amplificazione -solo leggermente esasperata- dell’esperienza che ci accumuna tutti, a ogni latitudine del mondo, da quando il Covid è arrivato a stravolgere le nostre esistenze.
Il film, prodotto dal re dell’action Michael Bay e diretto da Adam Mason, mette in scena un possibile futuro prossimo, il 2023, quando il susseguirsi di varianti costringe l’America al lockdown ormai da quattro anni. Solo gli immuni sono autorizzati a uscire. La vita altrimenti prosegue tra alti e bassi all’interno delle abitazioni, dove ognuno fa quel che può per ritagliarsi il proprio angolo di benessere o “normalità”. Le relazioni interpersonali sono filtrate dagli schermi e dai social media, mentre gli infetti sono presi con la forza e isolati in quarantena in disumani capannoni-ghetto, anticamera della morte. Per questo esiste un traffico illegale di “pass” che consentono a chi ne è in possesso di riconquistare l’agognata libertà. Il corriere Nico (KJ Apa) ne cerca disperatamente uno per sottrarre l’amata Sara a una deportazione che non le darebbe scampo. “Songbird” ha il pregio di assolvere alla sua funzione catartica affrontando la questione di petto e provando a scavalcare i limiti imposti dal cinema pandemico secondo un nuovo possibile modello di “action”.
Va dato atto a Mason non solo di riuscire a restare sempre in movimento, nonostante tutto, ma anche di voler ragionare sulla teoria delle immagini, sul loro rapporto diretto con il reale e sul potere di sublimarlo, reinventando di fatto le coordinate del cinema distopico-pandemico senza neppure rinunciare alle istanze politiche e senza scivolare in trappole complottiste.
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