Sono finita in un dizionario: per caso? Questa cosa sa di scandalo e mi piace

I versi scelti da Garzanti per spiegare vocaboli come solido, ghiotto, legame...

TRIESTE Ho una vera passione per il caso. Il caso è sempre in grado di sorprendermi. Per caso si ama. Spesso si muore. Si finisce nei vocabolari. Per puro caso ho conosciuto le persone che si sono rivelate fondamentali nella mia vita. Il 17 novembre del 1998 per esempio, mentre accendevo il motore della mia Y10 per andare a Pordenone, per caso mi telefonò un professore di filosofia per chiedermi cortesemente un passaggio alla bocciofila. Se per caso avesse chiamato dieci minuti dopo, non avrei potuto accontentarlo perché a quel punto non sarei tornata indietro dalla strada Costiera. Quando di tutta fretta lo raggiunsi, non era solo. «Scusami, sono con un amico» disse. Quell’amico divenne mio marito.

Pochi anni dopo, nel 2000, fui spedita dal mio giornale in un circolo culturale per seguire la presentazione di un noto poeta che si trovava in città con i suoi allievi. Non so perché il relatore di quell’incontro non si presentò all’appuntamento, forse per caso si ammalò. Il presidente di quel circolo mi chiese quindi di salvare la situazione, così presentai io quel maestro, che conobbi di persona, e fu un caso. Perché per caso quel giorno ero a Trieste, avrei dovuto essere altrove, in un paese di montagna a trovare un amico ma il rendez- vous saltò. Il caso è fantastico, è una delle migliori invenzioni dell’uomo.

Sono molto debitrice del caso. Forse sembrerà che tutta questa casualità abbia poco a che fare con il fatto che alcuni miei frammenti poetici siano stati inseriti tra i tanti esempi di un vocabolario. Non fu per caso infatti che pochi anni fa mi telefonò una gentile redattrice della Garzanti per chiedermi se era possibile inserire alcuni miei versi nel nuovo aggiornamento del dizionario. Chi l’aveva deciso? Era stata la prima domanda. Il mondo è impazzito? È stata la seconda. Sì perché, almeno fino alla mia generazione, il vocabolario è quel voluminoso tomo in cui o sei Manzoni o niente, maestosi esempi di maestosi autori per descrivere un lemma. Io cosa c’entravo? Qual è il caso che ha portato a me? Ho sempre scritto sul caso, da cui mi è impossibile distogliere lo sguardo, ne ho scritto in versi ma è indubbio che la più energica storia sul caso che ho inventato è stata scritta in prosa, il mio primo romanzo: “L’imbalsamatrice”, edito da Gaffi nel 2010, un romanzo che si prende gioco della casualità per eccellenza, la morte. Ed è stato il caso di quel romanzo a farmi scivolare nel Nuovo Dizionario Garzanti. In quel libro avevo fatto in modo che la morte si trovasse un’occupazione fissa. Ero agevolata dal fatto che di casi mortali ne avevo visti parecchi nell’azienda di famiglia, che da settant’anni si occupa di fiori, matrimoni e pompe funebri. A causa di quel romanzo fui anche messa in quarantena, dall’azienda di famiglia, oltre al fatto, così mi fu detto, che una signora si presentò in una libreria triestina – credo la vecchia Fenice – strepitando che voleva i soldi indietro. Risi molto. E siccome la protagonista del libro è una stravagante bisex dagli atteggiamenti molto maschilisti, mi fu segnalato pure un forum di lesbiche che massacravano il libro da qualsiasi punto di vista; la critica invece fu concorde nell’apprezzarne lingua e storia. E fu quella stessa critica a segnalare il mio nome ai redattori del Nuovo Dizionario Garzanti.

Quindi è grazie a quel romanzo sul caso che sono stati selezionati alcuni miei versi per le parole: “ghiotto”, “legare”, “solido”, “stropicciato”, credo di comparire anche in altre voci, ma non saprei dirlo con precisione, perché io non l’ho mai comprato quel dizionario. Mi sapeva di tumulazione. I tempi sono cambiati, a quanto pare oggi preferiscono inserire (anche) autori viventi. Ma tutti, lì dentro, abbiamo letto grandi nomi di grandi morti e quindi la prima sensazione è stata di tumulazione in vita, una strana analogia con il romanzo che ne è stata la causa, anche se non è quel libro di narrativa che viene citato, ma solo alcuni miei versi. Quindi ho pensato quanto la scelta della poesia, nei dizionari di tutto il mondo, sia molto più semplice. La poesia è breve, evocativa, più veloce da leggere. Ed è una scelta tanto più paradossale perché i poeti lavorano per scombinare la lingua, non per darle un ordine. Ho pensato anche che c’è una bella differenza nel nascere – anche qui per caso – prima o dopo il 1612, cioè prima o dopo che la Crusca inventasse il primo vocabolario della lingua italiana.

Ho immaginato Lorenzo de’ Medici negli ultimi anni della sua vita, stanco di guerre, complotti e rivalità, chino sul suo scrittoio a concedersi qualche rima. Lui che è stato l’ago della bilancia dei signori d’Italia, ha evitato guerre, smantellato congiure, sicuramente certo di essere ricordato soprattutto per le sue abilità politiche, è lì, curvo a scrivere uno dei suoi Canti carnascialeschi, grattandosi ogni tanto il naso. Non ha la minima idea – come potrebbe? – di stare compilando il suo documento più diffuso al mondo e sicuramente tra le poesie più gettonate dai vocabolari italiani ai lemmi “lieto” e “giovinezza”. In fondo il dizionario è stato per secoli quello che per la poesia è Internet oggi. I versi citati in un vocabolario non sono più legati a un’opera e nemmeno all’intera poesia. C’è solo un verso, con funzioni esplicative, totalmente autonomo come i frammenti poetici di un tweet o di un post di facebook. Così Ungaretti rimbalza da una bacheca all’altra per “M’illumino d’immenso” e Pavese per “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”: versi da vocabolario, verrebbe da dire.

Spinta dalla curiosità sono andata a spiare che esempi ci siano, nel mio vecchio dizionario, alle voci paradiso, limbo e inferno. Nessuna traccia di Dante, che però naturalmente compare molto altrove e soprattutto alla voce: vita. I curatori dello Zingarelli del 1983 erano dei geni, ho pensato. Nessuno sa dove andremo. Inferno. O polvere di paradiso. Ma una cosa possiamo dire con sicurezza, con assoluta sicurezza: ci sono delle parole che ci portano in un altro luogo, oggi che la parola muta molto più rapidamente di un tempo. Il vocabolario è la loro casa, la traccia di un mutamento, una progressiva trasformazione, tanto da balzare da Metastasio a Tolusso in una provocatoria tumulazione. Sa di scandalo questa cosa. E mi piace. La vita come l’arte, ha scritto Szymborska, non ha forse bisogno di una serietà indecente?

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