Timmel in manicomio ultimo giorno di vita del pittore visionario “preferito dalla strada”

È il 31 dicembre 1948: in una cella senza finestra dell’Ospedale psichiatrico Vito Timmel, grande, immaginifico pittore del “finis Austriae”, trascorre le sue ultime ore, mentre fuori urla la bora. Verrà a mancare il giorno dopo, l’1 gennaio del ’49. A settant’anni di distanza una sensibilissima scrittrice e giornalista, la triestina Alessandra Scarino, ripercorre in modo magico e sottilmente esoterico la sua vicenda terrena e artistica attraverso il libro “Il preferito della strada. Il magico viaggio di Vito Timmel” (LibertàEdizioni, pagg. 132, euro 12), che sarà presentato l’1 febbraio alle 18.30 al Museo Revoltella da Marianna Accerboni e Cristina Benussi, alla presenza dell’autrice e con la proiezione di dipinti emblematici dell’artista.
Il volume raccoglie in modo magistrale una sorta di testamento spirituale del pittore. Attraverso una scrittura fine - condotta sul filo dell’immaginazione, al confine fra letteratura e stile giornalistico - l’autrice ripropone quelli che possiamo immaginare siano stati il battito del cuore e il ritmo dei pensieri di Timmel, interpretando in tal modo il suo fantasticare e testimoniando i suoi tormenti e le sue pulsioni, che furono alla base di un linguaggio originale e attraente: un’arte simbolica, estetizzante, ma nel contempo profonda.
L’autrice immagina la morte sedersi accanto a lui e tessere con fili colorati la trama della sua vita. Chiari e leggeri all’inizio, rossi e neri nella tragedia della malattia, poi bianchi e neri come gli ultimi disegni, infine madreperlacei. Secondo la tesi per cui poco prima di morire, si rilegge rapidamente il filo della propria esistenza. A partire dalla nascita, a Vienna nel 1886 da una famiglia nobile, i von Thümmel, e da Vito bambino: un infante solo ma felice, perché abituato in qualche modo a bastare spiritualmente a se stesso, anche se allevato nella freddezza da genitori agiati e anaffettivi. Guardato a vista da una fantesca paffuta e robusta, con grandi occhi azzurri, fissi, che gli racconta favole truci.
Aiutata dalla lettura del diario dell’artista, “Il magico taccuino”, che il pittore avrebbe poi lasciato alle cure di Anita Pittoni, Scarino riporta di musiche celestiali e visioni meravigliose che Timmel ebbe durante la degenza - ispiratrici di molte sue opere - come il grande angelo che lo rapisce nel lettino; della scatola di colori donatagli freddamente dal padre e poi toltagli stizzosamente dalla madre perchè nel frattempo si era ammalato, pare di meningite, spettro dell’Europa dell’epoca, e perciò in famiglia era guardato quasi con diffidenza, come un debole da proteggere. L’incontro con l’amatissima prima moglie al cimitero, la forte amicizia con Cesare Sofianopulo, il trasferimento a Trieste, i cinque anni di abbandono della pittura e d’isolamento in una locanda in Cavana, “protetto” da un locandiere uxoricida ma in realtà buono.
E l’incontro con la Pittoni che lo guarisce con un’iniezione di fiducia, riconducendolo alla pittura e alla vita da artista di successo, sono altri episodi che Scarino “trasfigura” in perfetta sintonia con la pittura di Timmel. Che dopo la crisi cambierà stile. Ed ecco il ciclo del viandante, che è lui stesso dipinto di spalle, mentre si avvia lungo un sentiero nel verde del paesaggio: il “preferito della strada”, come si autodefinisce.
«Ho incontrato casualmente la figura di Timmel in occasione di un’asta - spiega l’autrice - e sono rimasta folgorata, avvertendo una vibrazione come se tra noi fosse scaturito un dialogo molto intimo. Mi sentivo guidata dall’ispirazione come se mi si aprisse un mondo nuovo: dovevo scrivere questo libro per far conoscere la sua spiritualità, che emerge soprattutto nelle sue ultime opere, spiraglio di luce su una fine permeata dalla follia». —
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