Da Chersicla a Grom: gli artisti in attesa di un riconoscimento dalla città

A Trieste non mancano vie e piazze intitolate ai figli illustri. Ma l’elenco delle lacune è ancora lungo 

Marianna Accerboni
Bruno Chersicla nel suo atelier
Bruno Chersicla nel suo atelier

Non si può dire che Trieste non abbia mostrato gratitudine verso i suoi artisti: nel tempo, infatti, ha dedicando loro vie, piazze, giardini, biblioteche. Eppure qualche pesante lacuna ancora rimane, com’è emerso di recente con il caso di Luigi Spacal: a lui è stata intitolata una via di Accettura (Matera), mentre qui non è ancora accaduto. E, se ad Arturo Nathan e Carlo Sbisà sono state per esempio dedicate due strade vicino al Museo di Storia Naturale, e a Leonor Fini, un giardino a due passi da via Ruggero Manna, la Biblioteca della scuola che lei frequentava a 11 anni nel 1918 (allora Liceo femminile Pitteri), situata oggi nel comprensorio scolastico Roiano/Gretta, e una sala al Magazzino 26 in Portovecchio, per il loro amico Gillo Dorfles, grande critico d’arte, estetologo e originale pittore, manca un ricordo urbano. Presente invece a Milano in piazzale Lavater – sul quale si affaccia l’elegante edificio razionalista in cui abitava, sede per alcuni anni, dopo la sua morte, dell’Associazione che porta il suo nome –, un cippo con una grande targa che lo menziona assieme all’amico scrittore Guido Lopez, residente pure lui nei pressi. E anche se l’intellettuale/artista (Trieste 1910 – Milano 2018) era vissuto in gran parte lontano, sarebbe bello se potesse essere ricordato nella città natale magari in via Filzi o nei pressi di piazza Dalmazia, dove abitò con la famiglia. E altrettanto si può dire per Leo Castelli (Trieste 1907 – New York 1999), celebre gallerista vissuto in Romania, a Parigi e poi per sempre negli Stati Uniti, che lanciò a livello internazionale la Pop Art (e non solo).

Leo Castelli, il gallerista che lanciò la Pop Art, insieme ad Andy Warhol
Leo Castelli, il gallerista che lanciò la Pop Art, insieme ad Andy Warhol

E se a Sbisà sono dedicate una via, come ad altri artisti, e una sala del Magazzino 26, a Mirella Schott – allieva, moglie e dal’46 sua fine e assidua collaboratrice nella realizzazione delle magnifiche ceramiche con cui il pittore, autore degli affreschi presenti nei principali edifici razionalisti della città, sperimentava nuovi linguaggi –, non è ancora stato dedicato alcuno spazio pubblico. Anche se lei si distinse, indipendentemente da Carlo, per una personale e virtuosa pratica incisoria e pittorica, in cui rivelava il proprio rapporto con la natura e il dato reale.

Oltre alla Fini e ad Anita Pittoni, effigiata in un busto al Giardino pubblico de Tommasini, le artiste triestine latitano un po’nella toponomastica locale, in linea per altro con quanto accadeva nel milieu artistico del passato. Perché allora non ricordare, attraverso un’intitolazione, una personalità incisiva del Novecento giuliano come Alice Psacaropulo, di antica famiglia siculo-greca-friulana, allieva di Casorati, la cui memoria è oggi racchiusa nell’affascinante casa-museo di via Commerciale 47, curata dal nipote Michele Casaccia, dove lei viveva nell’abitazione/atelier all’ultimo piano? E poi Marion e Wanda Wulz, ultime rappresentanti di una dinastia di fotografi del Tarvisiano, attivi a Trieste da metà Ottocento, tra le pioniere dell’arte visiva dell’epoca: Wanda, la migliore fra le rare fotografe del Futurismo italiano in una città considerata allora con Parigi e Milano, capitale di quel movimento, sperimentò tecniche e concetti d’avanguardia, espressi per esempio nella foto “Io+gatto”, oggi al MOMA di New York. Josè Talarico illustrò poi, dal’47 al 2001, con il marito Renzo Kollmann La Cittadella, foglio satirico che usciva ogni lunedì con Il Piccolo: personaggi di un arguto umorismo, si meriterebbero anch’essi una via.

Alice Psacaropulo ritratta nel 1948 mentre dipinge
Alice Psacaropulo ritratta nel 1948 mentre dipinge

E, last but non least, Nora Carella o…della forza delle donne: triestina con radici istriane e goriziane, vedova con pochi sostegni e tre bambini, aprì studio a Roma dove divenne la ritrattista delle star del cinema, della politica, della diplomazia, dell’arte. Invitata in America a ritrarre il presidente Carter, fu sollecitata a rimanervi ma rinunciò per i figli, che con la sua arte allevò fino alla laurea. A Teheran ritrasse Farah Diba, il figlio Ciro e la sorella gemella dello Scià, su commissione dell’ambasciata persiana a Roma. Fece il ritratto al sindaco Franzil, oggi nella galleria dei primi cittadini al Municipio di Trieste, a Gianni Bartoli in veste di presidente del Lloyd triestino e, tra i molti altri, a Baudo, Agnelli, Berlinguer, Fini, ai cancellieri tedeschi Kohl e Schmidt –, e a 75 anni si reinventò con successo come pittrice di paesaggi d’acqua, esposti in prestigiose sedi in Italia e all’estero.

Mancherebbero poi ancora all’appello Dyalma Stultus con la sua raffinatissima pittura dagli echi rinascimentali, la vita spericolata e la capacità compositiva d’eccezione di Bruno Chersicla, il vigore segnico e plastico di Marcello Mascherini, l’umana attenzione per i “poveri Cristi” e la perizia nel dipingere il vento di Livio Rosignano, la ricerca tridimensionale d’avanguardia di Nino Perizi e quella essenziale e didattica di Federico Righi, la poliedrica sperimentazione di August Cernigoj e di Bogdan Grom (recentemente ricordato da un’esaustiva rassegna), i ritratti scultorei di Nino Spagnoli, la joie de vivre e il segno fine di Marino Cassetti, l’inesauribile creatività – scenografia, pittura, grafica, illustrazione, decorazione – sospesa tra tradizione e innovazione di Guido Marussig e Ugo Guarino, pittore scultore, grafico, anche lui vignettista de La Cittadella. Forse è arrivato il momento che Trieste si ricordi anche di loro. —

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