La Libia inattesa di Marcello Dudovich

In mostra a Milano dipinti, bozzetti e documenti che raccontano il fascino esercitato dal paese nordafricano sul grande pittore e illustratore triestino

Marianna Accerboni
Le mura di Gadames, tempera su cartone, 1936 circa, 45 x 63 cm.
Le mura di Gadames, tempera su cartone, 1936 circa, 45 x 63 cm.

Un prezioso cammeo dedicato al grande pittore e illustratore triestino Marcello Dudovich, uno dei migliori padri del moderno cartellonismo italiano, sarà visibile dall’11 al 31 marzo a Milano grazie a una mostra ispirata al tema della Libia. Nella sede espositiva, una galleria dal nome originale e coraggioso, “Gli eroici furori dell’arte contemporanea”, saranno proposti dipinti, bozzetti, lettere, documenti e fotografie provenienti dall’archivio di Salvatore Galati, un medico illuminato che, salito quarant’anni fa al Nord dalla natia Catania per studiare psichiatria ma anche per sfuggire all’insularità, s’imbattè per caso nell’arte di Dudovich. Imparò a conoscerlo frequentando, da studente universitario, la bottega milanese di un generoso antiquario, Arturo Bagatti, grande collezionista del triestino che, dopo avergli svelato le tecniche e l’appassionante vicenda famigliare dell’illustratore, gli conservò per anni una sua opera, di cui Galati si era innamorato. Finchè il futuro collezionista, una volta laureato e iniziata la professione, fu in grado di procedere al primo acquisto di una raccolta oggi tra le più importanti al mondo.

La visita, tecnica mista, [post 1935], 70 x 60 cm.
La visita, tecnica mista, [post 1935], 70 x 60 cm.

Si compone di quasi 200 pezzi fra tempere, oli e disegni, dal primo periodo dell’attività da Ricordi alla collaborazione come inviato speciale tra il 1911-’15 per la rivista tedesca Simplicissimus, all’ultima tempera per la figura della Pizzaiola che l’autore stesso commentò piuttosto negativamente. Appunto che appartiene alla collezione Galati, compendiata da un archivio fotografico di molti scatti che Dudovich faceva per poi realizzare le proprie opere e da numerose lettere, appunti, riflessioni e documenti che ne contestualizzano la figura e la personalità. Tra questi, anche le due lettere a Gea della Garisenda, celebre interprete della canzone Tripoli bel suol d’amore, esposte in mostra.

Towards Garian, tavola in From Tripoli to Gadames.
Towards Garian, tavola in From Tripoli to Gadames.

Il tema della rassegna, organizzata da Galati (coadiuvato da Elisa Paladino e Michela Taloni), testimonia una fase significativa della creatività del pittore, mancato nel 1962 a 84 anni a Milano, dove riposa nel Cimitero Monumentale. Il tema libico - l’amata figura femminile, atmosfere e paesaggi di fascino e mistero – rappresentarono infatti per il maturo artista, che giunse in terra africana nel 1936, un nuovo, utile e vivace motivo d’ispirazione. Tant’è che da allora quasi in ogni sua personale gli riserverà una sezione: paesaggi, castelli, mura, moschee, scene di vita vissuta, tipi umani. Un soggetto su cui Dudovich rifletterà ancora molto, una volta tornato in Italia, allestendo ripetutamente nel proprio atelier sedute di posa in cui amici e modelli indossavano abiti tradizionali libici per dei servizi fotografici. E in Libia sarebbe poi tornato nel ‘51 anche con due personali.

Madre Araba, tempera su carta applicata su tela, ante 1951, 50 x 35 cm.
Madre Araba, tempera su carta applicata su tela, ante 1951, 50 x 35 cm.

In mostra ci sono una ventina tra disegni e 11 tempere a colori «del periodo, in cui - racconta Galati - Dudovich andò a Tripoli, invitato dalla nipote Nives Casati, che si trovava lì con il marito, invitati a loro volta da Italo Balbo per formare un nucleo culturale artistico che diffondesse l’italianità in quel territorio. Lì iniziò a lavorare per l’ente culturale della Libia illustrando guide turistiche e realizzò opere in base alle suggestioni del quotidiano».

Vi sono pure esposte le foto che scattò in Libia, ma anche una rara riproduzione di un murale con soggetti orientali che avanzano, ideato per il Palazzo dell’Aeronautica militare a Roma, oggi non più esistente: progetto precedente all’esperienza libica che testimonia – precisa Galati - un «immaginario coloniale» su cui già rifletteva. L’idea della mostra nasce inoltre dal fatto che nessuno si è mai dedicato a quest’aspetto in modo approfondito ma lo ha solo sfiorato. «Da 25 anni – precisa il collezionista -, cercando pezzi qua e là, ho sempre trovato stimolante e particolare il tema libico perchè supera lo stereotipo del Dudovich delle belle donne e della borghesia lussuosa per andare verso un autore che testimonia una sensibilità nei confronti di mondo primitivo e misterioso, completamente diverso da quello che lui normalmente frequentava». —

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