Sudore sul ring e polvere di stelle, la vita da film di Tiberio Mitri

Il 12 luglio di cent’anni fa nasceva in un’umile abitazione di via Rigutti a Trieste il famoso pugile che ispirò la storia di Rocky Balboa. Dopo l’esperienza al cinema, finì la sua esistenza in povertà e solitudine  

Tiberio Mitri durante un allenamento
Tiberio Mitri durante un allenamento

Talvolta si dice una vita da film. Ma nel caso del triestino Tiberio Mitri di cui il 12 luglio ricorre il centenario - «l’angelo biondo del ring», «il più bel pugile dell’Italia del dopoguerra» (copyright Ginni Minà), boxeur campione d’Europa e quasi del mondo, attore di cinema e fotoromanzi, playboy della dolcevita romana, modello, pittore e scultore – quanti film, ma anche quanti romanzi, suggerisce la sua vita tumultuosa? Un elenco dei più intriganti, che qui tenteremo di ricostruire, ricordando però che la sua esistenza - intrisa di dolore, sconfitte e perdite strazianti, oltre che di luminosi successi - non è stata affatto una fiction (anche se una fiction l’ha ispirata davvero, “Tiberio Mitri – Il campione e la miss”, miniserie Rai del 2011). Un’esistenza finita sotto un treno a Roma nel 2001 quand’era solo, malato di Alzheimer e indigente.

Intanto la sua infanzia a Trieste sembra uscire da un romanzo di Dickens. Cresce in povertà in via Rigutti, in una zona allora malfamata della città. Orfano di padre già a dieci anni, viene accudito da una vicina che lo fa piangere a colpi di spillo per elemosinare. L’adolescenza, invece, sembra uno spin-off di “Appuntamento a Trieste” di Scerbanenco: si arruola in Marina a 16 anni falsificando l’età, arrestato dai tedeschi finisce in Risiera, ma si salva arruolandosi come pugile nella polizia ferroviaria. Infine scappa per salvarsi dai titini.

Nel dopoguerra, in una Trieste piena di opportunità per chi sapeva coglierle, la sua carriera di campione di boxe e di personaggio popolare è fulminea. Scoperto dal celebre allenatore Bruno Fabris, che aveva la palestra proprio in via Rigutti, Mitri a 20 anni debutta da professionista, a 21 è già campione d’Italia e a 23, nel 1949, è campione d’Europa. Nel 1950 si sposa con la Miss Italia triestina, Fulvia Franco, e diventano una coppia patriottica da rotocalco.

Mitri con la moglie Fulvia Franco, Miss Italia nel 1948
Mitri con la moglie Fulvia Franco, Miss Italia nel 1948

Sempre nel 1950 (ancora un 12 luglio, nel 24esimo compleanno) con la sfida al Madison Square Garden di New York contro Jack La Motta per il titolo mondiale, la vita di Mitri passa dalle suggestioni del fotoromanzo al cinema di ogni genere. Mitri arriva al match impreparato, ingannato dalla mafia e tradito dalla moglie, lusingata da false promesse di una carriera a Hollywood. Tiberio perde, ma resiste gonfio e tumefatto per 15 riprese, sconfitto solo ai punti. Un calvario che avrebbe ispirato “Rocky” di Stallone, mentre la vita di La Motta sarebbe diventata un malinconico e bellissimo film, “Toro scatenato” di Scorsese.

Sudore del ring e polvere di stelle, sangue e arena, verità e leggenda si intrecciano intorno a quell’epocale combattimento, che sembra, a seconda dei punti di vista, un film sportivo, di gangster, una commedia all’italiana, un melodramma. Raggiunto alla fine dalla moglie nello spogliatoio, la Franco invece di consolarlo – ha raccontato lui – gli chiede di voltarsi, perché così pesto le faceva impressione. Dalla finzione alla realtà, tutto il contrario dell’Adriana di “Rocky”.

Il mitico incontro al Madison Square Garden di New York contro Jack La Motta
Il mitico incontro al Madison Square Garden di New York contro Jack La Motta

Ma se quel match chiude a Mitri il sogno mondiale, gli apre subito però una carriera cinematografica rara per un pugile. Fotogenico e disinvolto, ottiene ruoli di primo piano (“Il nostro campione”, 1955; “Un uomo facile”, 1959) e il suo nome figura nel cast di una trentina di film anche internazionali come “La grande guerra” (1959) di Monicelli, “Ben-Hur“ (1959) di Wyler, “Jovanka e le altre” (1960) di Martin Ritt, o di culto come “Diabolik” (1968) di Bava. E solo per uno scatto d’orgoglio, per i tradimenti della moglie («Non volevo fare la parte del cornuto»), rifiuta il ruolo di protagonista nel “Grido” (1957) di Antonioni. In compenso, Visconti si ispirerà anche alla sua storia per “Rocco e i suoi fratelli” (1960).

A questo punto ce n’è abbastanza per scrivere un romanzo, e infatti Mitri firma nel 1967 un’autobiografia, “La botta in testa”. Che non ha però alcun successo, anche perché quando il libro esce, Tiberio è già in disgrazia. Denunciato dall’ex compagna, in quei giorni è in carcere, dove tornerà un paio di volte. Ma non finiscono qui le sue sventure. Nel 1978 il figlio 28enne Alex (avuto dalla Franco) muore per overdose, e successivamente perde la figlia Tiberia a causa dell’Aids.

Ma “La botta in testa” era un libro troppo particolare perché scomparisse. Nel 2017 viene ripubblicato da Sellerio, dove il giornalista Dario Biagi nella postfazione ne ricostruisce l’affascinante genesi. Svela infatti i due “ghostwriters”, Gian Carlo Fusco e Bruno Modugno, che avevano valorizzato i formidabili ricordi di Tiberio, narrati con cruda oggettività, senza vanti né autocompiacimenti. Come osserva Biagi, Mitri è stato un eroe, ma senza arie di eroe.

Infine, chi scrive, dopo aver intervistato Mitri per “Il Piccolo” nel 1996, ha intrattenuto con lui una breve corrispondenza («Eccomi ora a te, Paolo», scriveva gentile e formale in penna blu con grafia malferma). Nell’era pre Internet, Tiberio chiedeva un aiuto per ricostruire la sua filmografia e ottenere così la pensione di attore. Poi, il Parlamento gli stava anche concedendo un vitalizio. Ma pure quella volta il destino lo ha battuto, con una tragica morte, con la guardia da tempo abbassata.

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