La storia del mondo? Per l’astrofisico Dartnell la scrive il Dna

Il docente universitario e scrittore britannico ne parlerà a Trieste ospite del festival Scienza e Virgola

Giulia Basso
Lewis Dartnell
Lewis Dartnell

«Un refuso in un singolo gene può finire per avere un effetto enorme sul paesaggio politico». Lewis Dartnell, astrofisico britannico che insegna comunicazione scientifica alla University of Westminster, lo dice con la precisione di chi ha passato anni a cercare prove. Il suo ultimo libro, «Essere umani. Come la biologia ci ha reso ciò che siamo» (Il Saggiatore, 408 pp., 29 euro), è un viaggio attraverso la storia dell'umanità che rovescia i presupposti consueti: le cause profonde di guerre, rivoluzioni e crolli di imperi vanno cercate nel DNA, nei meccanismi del cervello, nella chimica del corpo. Dartnell sarà a Trieste venerdì 8 maggio alle 19 all'Antico Caffè e Libreria San Marco per Scienza e Virgola, dove presenterà il libro in dialogo con il fisico teorico della Sissa Roberto Trotta.

Il suo libro guarda alla storia attraverso la lente della biologia: cosa aggiunge questa prospettiva a ciò che gli storici di professione già sanno?
«Non sto sostenendo un determinismo biologico, ma questi fattori intrinseci sono importanti e spesso non vengono discussi abbastanza. Nel mio libro precedente, «Origini», avevo mostrato come le caratteristiche del pianeta - la deriva dei continenti, la circolazione dell'atmosfera, la distribuzione delle risorse naturali - abbiano influenzato profondamente il corso della storia umana. In questo nuovo libro mi occupo invece di noi in quanto specie animale: il nostro comportamento riproduttivo, la genetica, la psicologia. Sotto gli effetti economici o sociali ci sono processi causali più profondi, ed esplorarli ci dà un quadro più completo».

 

 

Uno dei capitoli più sorprendenti del libro riguarda le malattie endemiche. Come hanno ridisegnato la geografia del potere coloniale?
«Presenti in Europa ma assenti nelle Americhe, hanno giocato un ruolo di primo piano nella conquista del Nuovo Mondo: le popolazioni indigene non avevano immunità al vaiolo e morirono in numero enorme quando esploratori e coloni lo introdussero involontariamente. Questo aiutò i conquistadores nella vittoria sull'impero azteco. Ma le malattie hanno anche frustrato le ambizioni coloniali europee: per molto tempo malaria e febbre gialla impedirono alle potenze europee di penetrare nell'interno dell'Africa. Solo dalla seconda metà dell'Ottocento la scienza medica cominciò a fornire contromisure efficaci, aprendo la strada alla corsa coloniale».

In che senso una pestilenza può essere un motore della storia e non solo una sua interruzione traumatica?
«La Peste Nera uccise probabilmente tra un terzo e due terzi della popolazione in Europa, Nord Africa e Medio Oriente. Lo shock alle strutture sociali ed economiche - la disponibilità di più terra, l'aumento del valore del lavoro - contribuì a liberare i contadini dal sistema feudale. Un'epidemia può accelerare trasformazioni che altrimenti avrebbero richiesto generazioni».

C'è poi un capitolo inatteso, quello sulle sostanze psicoattive. Qual è il filo che le lega alla storia economica e politica del mondo moderno?
«Una delle costanti delle società umane è che amiamo perdere la testa. Piante come tè, caffè, tabacco e papavero producono alcaloidi che hackerano i meccanismi del piacere nel nostro cervello. Il problema è che questo percorso è profondamente coinvolto nell'apprendimento, e caffeina, nicotina e oppiacei sono anche capaci di creare dipendenza. I britannici, per esempio, finanziarono la loro passione per il tè facendo i narcotrafficanti di oppio in Cina».

Il caso dell'emofilia della regina Vittoria contribuisce alla caduta dei Romanov e alla nascita della Repubblica spagnola. Quanto può pesare un singolo gene sulla traiettoria di un impero?
«Nelle monarchie una quantità enorme di potere è concentrata in pochissimi individui, e le mutazioni genetiche si ereditano di generazione in generazione proprio come il potere politico. Un errore ortografico in un singolo gene può finire per avere un effetto enorme sul paesaggio politico. Nel libro esamino anche le ripercussioni per la dinastia asburgica spagnola, il cui programma di matrimoni reali consolidò il potere ma accumulò disordini genetici attraverso la consanguineità».

Il capitolo sui bias cognitivi è il più scomodo: i difetti del ragionamento non sono errori individuali ma strutture evolutive condivise da tutta la specie. Come si sfugge a queste trappole?
«Da Colombo che si rifiutava di accettare di non aver raggiunto l’Oriente al rapporto dell'intelligence che portò all'invasione dell'Iraq: i bias cognitivi hanno effetti potenti. Ma non siamo robot in balia della nostra programmazione: la ricerca sta mostrando che questi meccanismi, se si conoscono, possono essere contrastati».

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