La Molly Bloom di Giorgia Cerruti: indipendente, libera e un po’ dark
In Sala Bartoli la moderna Penelope reinterpretata dall’attrice nello spettacolo Ape Regina

Nella scorsa stagione Giorgia Cerruti ha portato a Trieste, con la Piccola Compagnia della Magnolia, ospite del cartellone di prosa contemporanea dello Stabile regionale, il suo spettacolo “Cenci”, dal cognome della nobildonna Beatrice, vittima, alla fine del 1500, prima di gravissimi soprusi e poi della giustizia e «simbolo, oggi, di una vulnerabilità alla prepotenza del patriarcato imperante e dei modelli androcratici dominanti». E ora “Ape regina”, la sua nuova esplorazione come autrice e unica interprete, in scena alla Sala Bartoli mercoledì 29 aprile e giovedì 30 alle 21, vibra con altri riflessi e riflessioni, nell’incarnazione di un’altra femminilità fuori dal tempo e dallo spazio. Partendo dall’ultimo capitolo dell’Ulisse di James Joyce, lo spettacolo si ispira stavolta, con grande libertà, alla figura di Molly Bloom.
La Molly di Cerruti, nella sua giornata per sé, fiancheggiando il parallelismo mitico dell’autore irlandese, è una moderna Penelope, una stralunata ex cantante-attrice che vorrebbe ancora il suo pubblico, anche se il successo è ormai un ricordo. «Invece di attendere pazientemente il marito Leopold Bloom tessendo la tela – racconta - sceglie l’etica del corpo, secondo la definizione di Joyce, centro del mondo pieno e vitale, al di sopra e al di là del pudore. Molly è “The Flesh”, la carne. Assecondando la sua operosità mentale diurna incontrollata, indaghiamo una femminilità libera, nella mente e nello spirito, vibrante e indipendente, mossa dal principio dell’amore fisico e dotata di un irresistibile humour nero».
Nella sua riscrittura, spiega, l’ha connessa con le grandi lady del cinema del ‘900, «vere e proprie eroine di libertà e azzardo». “Ape Regina. Una giornata per Molly Bloom” rinuncia apertamente a un preciso periodo storico, fluttua dagli anni '50 al presente. E in Molly si intravede la dark lady forte e ironica alla Bette Davis, affiorano sguardi grotteschi e dolenti di Norma Desmond sul “Viale del Tramonto”, e riverbera qui e là l’asciutta sobrietà di Greta Garbo. «Il risultato è un tentativo di linguaggio liberato dal discorso maschile - racconta ancora Cerruti, che condivide la regia con Davide Giglio -. E in questo magma scorre il suo 16 giugno, dall'anima onirica di Hollywood al dream caramelloso di un oggi indefinito, in una crisi delle coordinate spazio-temporali, quasi a segnalare che ciò cui assistiamo potrebbe non essere vero, come a teatro». Ad affascinarla nell’opera monumentale da cui è partito il suo progetto, dice, è stata la sensazione che la Molly Bloom di Joyce, prima di raccontarsi nel flusso di coscienza del romanzo, non sapesse chi fosse, non si conoscesse ancora profondamente. E così in “Ape Regina” «cerca la morte attraverso la festa della vita, l’assenza attraverso la celebrazione della presenza, il ricordo attraverso l’esercizio del domani, l’anima attraverso la superficie del corpo, nel quale porta le tracce delle sue scoperte. Se soffre il viso si devasta e le rughe si accentuano, se è in preda all’entusiasmo per qualcosa è chiassosa, scomposta, se ha fame non ha misure, se desidera è capace di amare per ore e ore da frenetica». Potremmo definirli esperimenti di dilatazione del sé, conclude Cerruti: tra momenti di impetuosa esternazione e solitudine, decompressione, il confine è tra sogno e decomposizione, i riflettori non scaldano più, ma accecano un relitto glorioso. Info: www.ilrossetti.it
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