Trincia porta al Rossetti di Trieste la confessione di un killer e gli errori della giustizia
Il podcaster arriva a teatro con “Un uomo sbagliato”, storia di donne uccise e innocenti finiti dietro alle sbarre

L’errore più grande che un autore possa commettere, e allo stesso tempo il più comune, è convincersi che solo alcuni di noi abbiano una storia interessante alle spalle. Non è così. Ce l’hanno, ce l’abbiamo, tutti». Più che una dichiarazione d’intenti, quella di Pablo Trincia, è una missione. Ogni giorno la porta avanti con l’istinto del cacciatore nel raccogliere meticolosamente le fonti e con quello del narratore nel dipanare l’intreccio. E poi con la voce per dare corpo alle storie.
Finora il pubblico lo ha conosciuto sulla carta stampata, in televisione con Le Iene e, soprattutto, nei podcast di cui è stato pioniere in Italia con la miniserie Veleno. Per la prima volta porta a teatro un’inchiesta giornalistica dal vivo. Si chiama "L’uomo sbagliato” e racconta la storia di Ezzeddine Sebai, serial killer tunisino che nel 2006 confessa dal carcere quattordici omicidi di donne anziane commessi nel sud Italia a metà anni Novanta. Dopo il sold out a Udine e in Veneto (oltre che in molte altre città italiane), stasera, 7 aprile, alle 21 approda al Rossetti. Salirà sul palco con una scenografia essenziale: un grande schermo per raccogliere le fonti e la sua voce. Nessun effetto, soltanto il racconto.
Come è arrivato alla storia de “L’uomo sbagliato” ?
«È partito tutto da una segnalazione del professore di neuropsicologia forense all’Università di Padova Giuseppe Sartori. Mi sono trovato di fronte a una storia di oltre trent’anni fa, iniziata nel 1994: una catena di omicidi di donne anziane nelle province di Taranto, Bari, Foggia e Potenza. Le vittime erano simili, uccise tutte con lo stesso metodo. All’inizio vennero ritenute responsabili persone del posto, alcune furono addirittura condannate. Solo nove anni dopo, un ragazzo tunisino confessò i delitti, rivelando errori giudiziari enormi. Un caso di malagiustizia che racconta di vite distrutte, di persone finite ingiustamente dietro le sbarre».
Quali domande vorrebbe che si facesse il pubblico ascoltando questa storia?
«Più che domande, spero che tra il pubblico si inneschi una riflessione su come funziona il sistema giudiziario, su cosa significa trascorrere anni in carcere da innocenti. Raccontare una storia è una forma di giustizia: non cambia il sistema, ma rende visibili le vittime e i loro drammi. Fa sì che qualcuno le ascolti ed empatizzi».
Perché ci convinciamo che solo alcuni di noi abbiano una storia interessante?
«Si tratta di un meccanismo innescato dal pregiudizio. Pensiamo che alcuni siano più interessanti di altri. Se chiedessi a cento persone se preferiscano parlare con un’astrofisica o con una cassiera del supermercato, la maggior parte risponderebbe la prima. Io, probabilmente, risponderei la seconda. Lei, dalla sua postazione, ha un punto di osservazione privilegiato sulle persone che le passano ogni giorno sotto gli occhi: come si vestono, parlano, agiscono, cosa comprano, a che ora, in quale stato d’animo. Una prospettiva unica, ricca di dettagli, spesso anche divertente. Nessuno ha una vita normale: tutti hanno una storia. E l’unico modo per superare questo meccanismo è affinare lo sguardo e raccontare, raccontare sempre».
È stato uno dei primi a portare il giornalismo investigativo nel podcast. Quando ha capito che quella era la strada?
«Tutto nasce dalla serie podcast statunitense Serial. In un periodo in cui tutti parlavano di contenuti brevi e attenzione bassa, ecco un format lungo, avvincente, verticalizzato su un caso, scritto bene. Io avevo bisogno di uno spazio che scrittura o video non sapevano offrirmi. La voce cambia tutto: immerge l’ascoltatore nella storia con effetti e sound design. È una forma di racconto totale».
Sostiene che «se non amiamo una storia non potremo mai raccontarla bene». Quale storia ha amato più raccontare?
«Sicuramente Veleno, il caso dei diavoli della bassa modenese: sedici bambini tolti ai genitori per presunti abusi e riti satanici. Si è preso un pezzo della mia vita. Era il primo podcast che facevo, raccontava di ragazzini strappati alle famiglie, e io avevo già dei figli. È stata una storia difficile da raccontare. In quegli anni, non a caso, se ne parlò pochissimo. Io mi sono preso il tempo necessario per affrontarla con cura. La mia è stata un’esigenza». —
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