Un lungo matrimonio racconta le miserie dell’Irlanda del Nord

Il libro della giornalista Tish Delaney edito da Astoria ha al centro la storia di un rapporto controverso sullo sfondo degli anni insanguinati dall’Ira
M.h.

L'esistenza di chi ha vissuto in Irlanda del Nord tra gli anni '70-'90 è inevitabilmente segnata da quei bui trent'anni di violenza settaria. Durante i Troubles appartenevano alla “normalità” il quotidiano attraversamento di posti blocco, le perquisizioni, il pericolo di trovarsi sotto il tiro di un cecchino, raid notturni, la perdita della propria casa, automobile, o attività commerciale a seguito dell’esplosione di una bomba, il pericolo d'essere arrestati e incarcerati senza processo o sentenza, la scomparsa delle persone più care, figli, fratelli, fidanzati, padri e mariti, imprigionati o uccisi.

A partire dagli anni '90 una generazione di donne ha iniziato a raccontare cosa hanno significato quei decenni insanguinati. L'ultima a ripercorrere le tappe che nel 1998 portarono al trattato di pace tra l'Ira e i paramilitari protestanti (oggi reso tanto fragile dagli accordi della Brexit) è Tish Delaney in “Un lungo matrimonio” (Astoria, traduzione di Simona Garavelli, pagg. 380, euro 19). Il romanzo è in realtà una tormentata storia d'amore e d'incomprensione, costruita sullo scheletro degli eventi luttuosi che dal 1973 hanno segnato le vicende storiche dell'Ulster.

Tish Delaney è nata in Irlanda del Nord all’apice dei Troubles e ha lavorato come redattrice e cronista per vari quotidiani e riviste, poi nel 2014 ha lasciato il “Financial Times” per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa. La storia che ha scelto di raccontare è quella di Mary Rattigan, una ragazzina di quindici anni con una madre violenta e incapace di amore, e un padre buono ma privo di spina dorsale. A dispetto dei suoi sogni di libertà Mary si ritrova ingravidata da un prete e la sua vita di ragazza-madre in un'Irlanda rurale e bigotta diventa un vero inferno. Per salvare l’onore della famiglia è costretta a sposare in fretta e furia un vicino di fattoria, John, a sua volta cresciuto col marchio di figlio “bastardo”. E così Mary, perennemente depressa, è doppiamente imprigionata: sia in una vita matrimoniale di cui non comprende il senso che nell'insopportabile situazione generale del paese.

La giovane non ha gli strumenti per interpretare i segnali che le manda il marito, convinta d'essere solo una sfigata, un'outcast, e una vergogna per tutti. Il duro lavoro in fattoria e cinque figli le tarperanno le ali, e con John vivrà una strana dinamica di coppia tanto attiva e apparentemente idillica in camera da letto quanto fatta di silenzi al di fuori dall’alcova. Solo quando i figli saranno cresciuti e Mary avrà fatto altre esperienze, ritroverà il marito che ha rischiato di perdere in un incidente sul lavoro, e cercherà di prendere in mano la propria esistenza e darle finalmente un senso.

Il romanzo, come tanta produzione del mercato anglofono, sembra il frutto d'una delle tante scuole di scrittura creativa proliferate negli ultimi decenni, come s'evince dal ringraziamento a Rachel Abbott e alla suo “Creative Writing Workshop” che si tiene all'Alderney Literary Trust sull'arcipelago delle Channel Islands dove vive l'autrice. Il problema è che da queste scuole di scrittura escono spesso romanzi stereotipati. In questo caso l'uso stesso della storia del Nord Irlanda appare forzato, col risultato che tutto rischia di sembrare banale, dai sentimenti più intimi ai fatti storici. —



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