Un weekend e quattro donne l’amicizia che tiene e cede come un elastico

Tenersi strette le amiche di sempre, anche se l’elastico è allentato. Una metafora semplice e buffa, molto “domestica”, ma vera. È il messaggio di una scrittrice australiana pubblicata per la prima volta in Italia, Charlotte Wood. “Il weekend” (NN Editore, traduzione di Chiara Baffa, pagg. 240, 18 euro), ha come protagoniste tre amiche: Judy, Wendy e Adele. Anzi, quattro: perché il finesettimana del libro è quello che passeranno insieme a ricordare, chiacchierare, litigare, e soprattutto svuotare la casa di Sylvie, l’amica che non c’è più, quella che “teneva insieme” tutte quante. La casa al mare, a strapiombo su una delle infinite bellissime spiagge australiane, è quella dove sono state giovani, allegre, belle, dove sono sempre tornate, ogni anno, a tu per tu con l’oceano. Ora che Sylvie non c’è più, però, aprendo i suoi armadi vengono fuori non solo cose da buttare (quante cianfrusaglie accumuliamo inutilmente nella nostra vita?), ma anche bugie, tradimenti, risentimenti. Le amiche di sempre, raccontate dopo i settant’anni: un libro sincero. Crudo. E prezioso. Quindi è così, anche un’amicizia nel tempo si indebolisce, mostra le sue rughe?
«È il tema del libro -risponde Wood - ed è anche il tema su cui mi sono interrogata mentre scrivevo. Ma ho l’impressione che a volte è come se “cementassimo” le nostre amicizie più antiche; così facendo, però, non permettiamo che cambino, si rinnovino. Eppure ci sono sempre cose nuove da scoprire. Almeno, lo spero. Perché se siamo convinti di sapere già tutto di una persona, l’amicizia si può logorare, come un tessuto, come l’elastico di cui parla Wendy nel libro: e strappare. “Fino ad allora non aveva mai preso in considerazione l’idea che un giorno l’elastico sdrucito della loro amicizia potesse semplicemente disintegrarsi”. Il suo dubbio è anche il mio».
Che reazioni sta avendo dalle lettrici? Saranno soprattutto donne, che magari trovano parti di sé nel libro...
«Ho ricevuto delle lettere molto toccanti. L’ultima di una lettrice americana, che mi ha scritto: grazie per aver parlato di noi, delle donne over 70, e in modo vero, reale, non solo come nonne che pensano esclusivamente a nipotini e funerali. Molte mi hanno scritto per il modo in cui ho cercato di raccontare il corpo che invecchia. Alcune, scioccate. Ma questo non mi stupisce, visto che la nostra società è ossessionata dall’eterna giovinezza».
Invecchiare è difficile. Eppure, come ha detto Louise Glück, la poetessa americana che a 77 anni ha vinto il Nobel Letteratura di quest’anno, è anche un territorio inesplorato, che si può provare a raccontare. Lei è lontana a 55 anni...
«Ma sto invecchiando. E sì, penso che sia possibile pensare in modo creativo all’invecchiamento, quasi come se fosse una forma d’arte, da imparare. Almeno, lo spero».
Tutte le amicizie hanno dei rituali, anche di cibo. Quello delle amiche nel suo libro è un dolce: la Pavlova. Deliziosa, e in Italia poco conosciuta: è la torta australiana (ma anche neozelandese), fatta di meringa ricoperta di panna montata e frutti di bosco, creata per una ballerina-diva, Anna Pavlova, nel 1926. Lei la sa preparare?
«Non sono così brava! (ride). Anzi, confesso che prima di scrivere il romanzo non ci avevo mai provato. Ma l’ho fatta, per ora solo due volte. Non è così difficile come sembra. E mi fa sempre sorridere che australiani e neozelandesi siano ancora lì a litigare su chi l’abbia inventata per prima».
Lei vive a Sydney, che ha una cosa in comune con Trieste: è una città sull’acqua.
«Non sono mai stata a Trieste, purtroppo, ma il vivere in continuo dialogo con l’acqua è una delle cose che amo di più di Sydney. Una delle mie passeggiate preferite va da Taronga Zoo a Balmoral Beach, con scorci dell’Opera House in lontananza, e tratti in cui si cammina nel verde lussureggiante di una vera foresta tropicale». —
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