«Una mostra a Conegliano per i 500 anni del Maestro alla ricerca della sua identità»

Il curatore Romanelli racconta il mistero che ancora avvolge la storia dell’artista Dalla vera data di nascita al rapporto con Mantegna e Isabella d’Este
Di Enrico Tantucci

di ENRICO TANTUCCI

Le molte domande ancora in parte senza risposta su Giovanni Bellini, le sue origini, il suo mondo pittorico. A cominciare dalla bottega dei “belliniani” che lo affiancarono nella realizzazione di parte delle sue opere. A queste domande prova a rispondere la mostra “Bellini e i belliniani” curata da Giandomenico Romanelli con Franca Lugato a Palazzo Sarcinelli, chiudendo, si spera in gloria, le celebrazioni deludenti del cinquecentenario della morte del grande artista rinascimentale. Questo è almeno il giudizio dello storico dell’arte e curatore veneziano.

Professor Romanelli, perché giudica deludente l’anno belliniano?

«Perché non è stato segnato da momenti significativi anche sul piano espositivo, con la scusa della grande mostra del 2008 già dedicatagli a Roma, alle Scuderie del Quirinale, mai arrivata a Venezia per problemi burocratici. Ma anche il convegno internazionale della Fondazione Cini,che avrebbe dovuto fare il punto sulla ricerca e le nuove scoperte sull’artista, ha purtroppo detto molto poco. E sì che i temi importanti da chiarire su Giovanni Bellini non mancano».

Ad esempio?

«Quello sulla sua data di nascita, che resta un problema aperto, anche alla luce dello studioso statunitense che sostiene che Giovanni non sarebbe fratello di Gentile e figlio di Jacopo, ma fratello di quest’ultimo, anticipandone la data di nascita dal 1435-40 al 1424-25, come sostenevano Roberto Longhi e Giuseppe Fiocco. Se così fosse, andrebbe rivisto anche il rapporto con Andrea Mantegna, di cui era il cognato, e delle reciproche influenze. È giusto parlare di un Mantegna belliniano o di un Bellini mantegnesco? Questioni di fondamentale importanza per la sua collocazione artistica».

La mostra però accende un faro soprattutto sulla bottega di Giovanni e sui suoi collaboratori. Anche questo un tema da chiarire?

«Assolutamente. Anche per fare luce sull’intensità di questa collaborazione e sul suo ruolo nella composizione delle sue opere. Sappiamo che Bellini era molto lento nel dipingere, ma che doveva fare fronte a una committenza di carattere religioso molto ampia, in particolare per temi tipici di questo artista come la Madonna con Bambino - pur di derivazione bizantina - spesso con Santi. Come faceva l’artista a esaudire le numerose commesse? Appunto grazie alla bottega, da cui passarono artisti veneziani, veneti, lombardi e bergamaschi in particolari, ma anche grandissimi come Tiziano, Lotto e Giorgione».

Come lavoravano e di chi era cosa, nella composizione di un’opera?

«Sappiamo che Giovanni disegnava i cartoni nelle linee essenziali, che poi venivano bucherellati e coperti di polvere di carbone per disegnare un tracciato che stava poi agli allievi riempire. Ma in altri casi si ricorreva a sorta di “collage”, assemblando parti diverse di dipinti belliniani. I paesaggi erano in genere sempre di sua mano, anche per la valenza spirituale che gli conferiva nei suoi dipinti.

Per tracciare questa sorta di “mappa” dei belliniani abbiamo preso come riferimento una collezione privata come quella dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, da cui arrivano opere straordinarie di Giovanni Bellini come la Madonna con Bambino e il Cristo Portacroce. Ma anche quelle di belliniani di valore come Marco Bello, Jacopo da Valenza, Andrea Previtali tra gli altri. Ma anche a Venezia, ad esempio, la collezione di Teodoro Correr vantava almeno 25 opere belliniane».

Ci sono altri sotto-temi che caratterizzano la mostra?

«Ad esempio quello dell’osservanza religiosa dell’artista, che influenzerà anche le sue opere. Se i Vivarini - a cui abbiamo dedicato la mostra di Palazzo Sarcinelli dello scorso anno - era di osservanza francescana, Bellini risulta essere invece di osservanza domenicana. Ferma restando la sua volontà di dipingere ciò di cui era realmente convinto. Basta ricordare il lungo carteggio con Isabella d’Este, che reclamava da Bellini una serie di dipinti di soggetto a lei caro, ma che non ottenne poi in realtà nulla - nonostante il versamento di cospicui anticipi all’artista - se non una piccola Adorazione dei pastori, purtroppo andata perduta».

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