Va a Remo Rapino il Premio Campiello Ospiti alle prese con l’edizione anti-Covid

Assegnato ieri sera il riconoscimento per la prima volta in piazza San Marco, nella cerimonia condotta da Cristina Parodi 
Remo Rapino con 'Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio' (minimum fax) ha vinto la 58/ma edizione del Premio Campiello, 05 settembre 2020. Lo scrittore ha avuto 92 voti sui 264 arrivati dalla Giuria Popolare di Trecento Lettori Anonimi. ANSA/ANDREA MEROLA
Remo Rapino con 'Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio' (minimum fax) ha vinto la 58/ma edizione del Premio Campiello, 05 settembre 2020. Lo scrittore ha avuto 92 voti sui 264 arrivati dalla Giuria Popolare di Trecento Lettori Anonimi. ANSA/ANDREA MEROLA

La serata



Un outsider. È l’abruzzese quasi esordiente Remo Rapino, professore di Filosofia in pensione, a vincere il Campiello. Il suo “Vita morte e miracoli di Liborio Bonfiglio”, che racconta del matto del paese, mix tra Forrest Gump e don Chisciotte, scritto con una lingua bastarda, impasto tra dialetto, gergo e sgrammaticature, ottiene 92 voti. Distante Sandro Frizziero con 58 voti; in un fazzoletto gli altri tre: Zeno 44, Guccini 39, Cavalli 31.

Edizione un po’ inquietante e con venature sulfuree, la numero 58 del Campiello. Profumata del gel igienizzante che bisognava strofinarsi sulle mani ogni qualvolta si entrava nella sala di palazzo Franchetti dove si è svolta la presentazione dei finalisti, i volti celati dalle mascherine, in un happening in questo molto veneziano ma poco carnevalesco. D’altronde i tempi del morbo lo impongono, così come la subitanea sanificazione del microfono che Giancarlo Leone, da anni maitre dell’antipasto mattutino del premio istituito dagli industriali del Veneto, cedeva di volta in volta agli interventi degli scrittori. I quali non sono venuti meno a un certo clima da sanatorio.

Stanca e non bene in salute ha ammesso di sentirsi Patrizia Cavalli, poetessa, anzi poeta, come preferisce farsi chiamare, che con il suo “Con passi giapponesi” (Einaudi) si inoltra per la prima volta nei territori della prosa; acciaccato per una recente caduta Francesco Guccini (che poi ne ha ottanta, di anni e anche se nell’immaginario sta sempre lì con la chitarra a cantare di locomotive ed eskimi, purtroppo è tradito dalla vista), che non manca comunque di rivolgere un pensiero a Trieste: «Prendevo il tram per scendere da Opicina quando facevo il militare». E saputo che il tram è da anni pure lui in disgrazia, ha quasi un tonfo al cuore. Lui ha portato qui una ballata malinconica, “Tralummescuro” (Giunti) per la sua amata patria appenninica, il borgo di Pàvana.

Remo Rapino poi, ha ammesso di avere pensato a “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (minimum fax), antieroe eponimo del suo libro, nei lunghi mesi trascorsi in un letto di ospedale. Quanto ad Ade Zeno, che condivide con Gonzalo, protagonista de “L’incanto del pesce luna” (Bollati Boringhieri) lo stesso mestiere, maestro cerimoniere al cimitero monumentale di Torino, si è inventato una vecchina torinese ricchissima e cannibale che Gonzalo rifornisce di carne fresca. Veste un completo nero, Zeno, eteronimo che, fa sapere, non c’entra niente con il più famoso inetto sveviano, e ammette di essere annoiato dal bene. Preferisce il male anche l’ultimo dei finalisti, Sandro Frizziero, che gioca in casa essendo nato a Chioggia, e che in “Sommersione” (Fazi editore) ha spanto a piene mani umori mefitici attraverso la voce e le bestemmie del suo pescatore, un uomo repellente che incarna il male perché «il male ti mette con le spalle al muro, ti costringe a pensare».

Un Campiello così plumbeo e con una patina alla Hieronymus Bosch sarebbe piaciuto probabilmente a Philippe Daverio, lo scicchissimo (aggettivo che lui amava) critico d’arte scomparso pochi giorni fa e che era stato per quindici anni nella giuria dei letterati. Proprio Daverio aveva definito questa l’edizione degli strani, irregolari e scorretti. Perché bisogna dire che i giurati incaricati della prima scrematura, e presieduti quest’anno da Paolo Mieli, hanno scelto di far saltare tutti gli schemi. Tra i 225 volumi arrivati hanno scelto cinque outsider e li hanno consegnati nelle mani del giudizio finale dei trecento lettori, escludendo anche nomi eccellenti, come quello di Melania Mazzucco. Estranee, e meno male, a tutto questo clima plumbeo da famiglia Addams, la freschezza della ventenne napoletana Michela Panichi, premio Campiello giovani con il racconto “Meduse” e l’eleganza di Cristina Parodi, che ha fatto il salto da giurata, ruolo svolto una ventina di anni fa, a presentatrice della serata, che si è svolta per la prima volta in piazza San Marco. L’evento diventerà un film documentario che sarà visibile dal 19 settembre su Rai 5, nel quale tra l’altro si potranno ascoltare alcuni concittadini degli scrittori leggere brani dei loro libri. —

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