“Via per le strade”: ecco la mostra di Gasparini a Gorizia
L’installazione verrà inaugurata alle 18 negli spazi espositivi di Borgo Castello

Alvise Rampini, l’autore del testo di presentazione del progetto Via per le strade pubblicato in queste pagine, è curatore della mostra a Casa Morassi insieme a Italo Zannier. Entrambi hanno curato anche il catalogo che accompagna l’esposizione, organizzata da Erpac e Regione, in collaborazione con il Craf di Spilimbergo, visitabile fino al 27 settembre.
“L’immagine’immagine da sola, inchiodata a un muro, non mi interessa. Mi sono sempre occupato di articolare le immagini come se parlassero per dare forma a un racconto. La sequenza genera un continuo sviluppo di significati, metafore e allegorie che daranno sostanza e senso alle nostre idee». Con queste parole Paolo Gasparini sintetizza il suo progetto Via per le strade, la nuova potente installazione che sarà inaugurata venerdì alle 18 negli spazi espositivi di Casa Morassi in Borgo Castello a Gorizia.
Un progetto sicuramente ricco di significati, incentrato sulla nuova monumentale opera di Paolo Gasparini, nato a Gorizia nel 1934, dove ha imparato la tecnica fotografica frequentando lo studio Mazucco, per poi emigrare nel 1954 in Venezuela e diventare un grande maestro, affrontando temi fondamentali della sua poetica.
Tra questi soggetti, in primis quello delle radici culturali e identitarie, di chi ha passato un’intera esistenza lontano dal luogo dove è nato e cresciuto (Dov’è la mia Patria?), il viaggio, sia come corollario di questa condizione, sia come unica opzione di sopravvivenza (Via per le strade), la responsabilità dell’educazione dei bambini da parte degli adulti (I bambini ci guardano).

L’occhio sensibile e acuto di Gasparini si è sempre concentrato nei confronti della fotografia testimoniale: raccontare la vita nel suo manifestarsi evidenziando le contraddizioni dell’uomo, l’orrore dei conflitti, l’ingiustizia sociale.
Per settant’anni Gasparini produce importanti progetti, attraverso l’ormai consueta formula dei fotomurales, il suo “marchio di fabbrica”, ovvero una lunga serie di immagini, posizionate in moduli regolari e continui su più file, costruite in un dialogo continuo tra loro, dove lo spettatore viene sottoposto a continui cortocircuiti visivi ed emozionali, concepiti per generare stimoli e riflessioni.
Nei tre imponenti fotomurales (144 fotografie) che riempiono le pareti di Casa Morassi, le immagini del vecchio e nuovo mondo, volti di anziani e bambini, rivoluzioni e eroi di oggi, delineano in un flusso inarrestabile la grande narrazione del secolo passato e un breve scorcio del secolo nuovo, a mostrarci che nulla è veramente cambiato e che il decantato progresso ha riguardato soprattutto i beni materiali, ma molto più raramente ha incoraggiato la giustizia sociale.

Il mondo che ci mostra Gasparini, in un percorso cronologico che abbraccia un arco temporale che va dal 1954 al 2024, guardando più continenti, è un universo frammentato, dove non mancano aperture di speranza, riposte nelle future generazioni, attraverso lo sguardo vulnerabile dei bambini dei Paesi più poveri che ci richiamano alle nostre responsabilità.

Insieme al nuovo e inedito trittico, la mostra ripropone anche un’altra installazione di Gasparini di proprietà del Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia di Spilimbergo composta da 132 fotografie, La pasion sacrificada, esposta alla Biennale di Venezia nel 1995. Anch’essa concepita come fotomurale tripartito, dove viene rappresentata una dolorosa e lucidissima riflessione sulle utopie rivoluzionarie tradite, che hanno segnato tanta cultura antagonista del Novecento, risolvendole sommariamente nell’ingenua ostensione dei loro combattenti. I volti di Che Guevara, Emiliano Zapata, Tina Modotti ma anche quelli dimenticati che hanno popolato l’epopea rivoluzionaria novecentesca, diventano qui un vero e proprio memoriale di tutte le utopie, del loro fallimento materiale e del loro contraddittorio lascito simbolico. La mostra sarà accompagnata da un catalogo con un saggio Eliseo Sierra e una biografia di Cristina Feresin oltre ad un’esaustiva sezione iconografica curata dallo studio Faganel che ha seguito anche l’allestimento. La grafica è di Roberto Duse e Irene Simiz. —
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