Le malattie di Zeno Cosini e la cura impossibile: la salute come romanzo da decifrare
Medici e studiosi analizzano il rapporto tra il personaggio sveviano e le patologie: sullo sfondo la modernità della concezione

Zeno Cosini non è mai guarito. Non perché non potesse, ma perché non gli conveniva. Guarire, oggi lo capiamo meglio di ieri, non è un verbo: è una teoria, un’ambizione, un modo di raccontarsi.
Altro che clinica: per capire l’uomo basta osservare come Zeno trasforma ogni sintomo in un capitolo della sua autobiografia, ogni palpitazione in una piccola metafisica domestica. E qui nasce il nodo: il rapporto tra medico e paziente. Ieri verticale, oggi orizzontale, domani si vedrà.
La verità è che non funziona davvero in nessuna direzione. L’uno parla per protocolli, l’altro per metafore. Il medico vuole i fatti, il paziente porta un romanzo. Zeno, in questo senso, è il nostro contemporaneo più autentico: arriva in ambulatorio con il suo cuore e con la sua narrazione, e nessun elettrocardiogramma può competere con la forza del suo racconto.
Lo si capisce bene leggendo la conversazione a più voci apparsa sull’ultimo numero di “Aghios. Quaderni di studi sveviani” (Camponotto editore, 127 pagg., 15 euro), diretta da Elvio Guagnini e Giuseppe Camerino.
Il cardiologo Gianfranco Sinagra nota come, nelle pagine di Svevo, ci sia una sorprendente modernità clinica. Il cuore di Zeno segue il ritmo della sua coscienza irrequieta: il corpo diventa un commentatore, un referto vivente. La sofferenza non è un dato tecnico, ma un elemento narrativo che orienta scelte, percezioni, persino la morale. Zeno non registra: interpreta. E nell’interpretare sbaglia. E nello sbagliare indovina ciò che la medicina dell’epoca non aveva ancora immaginato.
A fare da contrappunto arriva il chirurgo Nicolò de Manzini, che ricorda quanto sia sottile la linea tra atto medico e finzione personale. La chirurgia, nel romanzo, è un teatro: lo specialista agisce con precisione, il paziente osserva con simbolismo. Il medico incide, il paziente traduce. Ma non nella stessa lingua. Il primo fa ciò che deve, il secondo vede ciò che vuole. E tra i due si apre uno spazio infinito che nessun bisturi riduce.
Poi interviene lo psichiatra Umberto Albert: è il momento in cui Zeno diventa definitivamente un profeta. La sua psiche anticipa la nostra epoca senza sforzo. La malattia come identità, l’autodiagnosi come sport popolare, il corpo come pretesto narrativo: basta andare in un qualsiasi ambulatorio del XXI secolo per ritrovare Zeno in sala d’attesa. Mente e sintomo non si affrontano: danzano. Zeno è malato perché pensa, e pensa perché non può liberarsi da ciò che è. Riletto oggi, Zeno non è più un personaggio: è un cittadino contemporaneo, sospeso tra salute apparente e inquietudine reale.
Cerca una cura sapendo, più o meno consciamente, che forse non esiste una cura definitiva per chi non smette di interrogarsi. Svevo con il suo sorriso ci consegna una verità che nessuna linea guida può smentire: la medicina è difficile perché l’uomo è un romanzo difficile. E chi non lo capisce, non ha capito né l’una né l’altro.
Nella rivista, che sarà presentata giovedì alle 16.30 nella sala conferenze della Biblioteca statale largo papa Giovanni XXIII (interverranno Beatrice Stasi e Luca Mendrino dell’Università del Salento, Sergia Adamo, Elvio Guagnini, Paolo Quazzolo e Iwan Paolini dell’ateneo di Trieste) sfilano vari e stuzzicanti contributi. Senza far torto agli esclusi, citazione d’obbligo per Federica Manzon, che va sulle tracce sveviane in Philip Roth (mai ammesse dallo scrittore americano), per un approfondimento firmato da Paolo Quazzolo della messa in scena di “Un marito” e per il “triangolo Fellini, Svevo, Kezich”.
Pagine in cui Iwan Paolini conduce una riflessione sul cinema di Fellini (che non risulta abbia mai letto nessun testo di Svevo, almeno per intero). Secondo Paolini esiste un «Dna triestino‑romagnolo della finzione», un filo che unisce il romanzo psicologico sveviano alla biografia reinventata di Fellini, passando per lo sguardo critico (e affettuosamente deformante) di Kezich.
Tornando alla malattia, Svevo lo aveva capito ben prima che diventasse una moda: la medicina è un dispositivo narrativo, la salute un’opinione stabile, la malattia un modo di stare al mondo. Zeno vive come viviamo tutti: interpretando, distorcendo, mascherando. Ogni sintomo è un pensiero, ogni terapia una prova generale per una vita che non comincia mai davvero.
E tuttavia i medici che leggono Svevo trovano un manuale implicito della relazione di cura. Ciò vale anche per chi, come Nicoletta Suter, forma il personale sanitario. La grande letteratura non misura, ascolta. Non diagnostica, interpreta. Il malato è una creatura narrativa: parla come può, spesso male, e ha bisogno di qualcuno che tenga insieme corpo e racconto.
La clinica, se vuole restare umana, deve accettare questo compromesso antico: non basta guarire, bisogna capire ciò che il paziente chiede davvero quando chiede di guarire. Il paziente Svevo non porta al suo medico solo valori ematici, ma storie. E il medico, per quanto imbevuto di dati, deve leggere quelle storie come si legge un testo difficile. Il rapporto ideale tra i due è un accordo provvisorio: il medico cerca cause, il paziente cerca senso. Non coincidono quasi mai, ma si cercano comunque.
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