Il commento di Ortoleva: “L’incoerenza delle regole per votare in Italia”

Come siamo chiamati, noi italiani, a scegliere chi ci rappresenta e ci governa? Se qualcuno ci facesse questa domanda dovremmo rispondere “dipende da dove”. Infatti le regole cambiano, notevolmente, dalle elezioni comunali a quelle ragionali a quelle nazionali. Per non parlare delle europee.
E cambiano anche da una regione all’altra: basta ricordare che le elezioni in Sardegna a fine febbraio sono state decise da una norma, quella sul voto disgiunto tra il presidente e i partiti, che altrove non esiste.
Regole diverse, risultati diversi. E poi, a tutti i livelli i sistemi elettorali continuano dai primi anni Novanta a essere cambiati secondo le convenienze delle diverse maggioranze.
Tra i tentativi, in parte riusciti, di introdurre nuove regole ci sono le modifiche delle cosiddette “soglie di sbarramento” al fine di escludere o ammettere una forza politica concorrente o amica, la discussione sul limite al numero dei mandati, fino a progetti più ambiziosi come il cosiddetto “premierato” che mira a sovvertire tutte le regole del gioco.
Nell’insieme, le norme elettorali italiane sono un puzzle molto instabile oltre che incoerente.
Comunque, si potrà obiettare, c’è qualcosa che unifica il quadro: è la tendenza al cosiddetto “bipolarismo”, che favorirebbe non il voto per i singoli partiti ma quello per una o l’altra delle coalizioni che si oppongono: soluzione (così ci dicono da trent’anni) al male italiano dei governi precari e di breve durata.
Ma che razza di bipolarismo è quello che vige nel nostro paese? La realtà è che a ogni elezione, a ogni livello, dobbiamo assistere a trattative estenuanti all’interno di ciascuna alleanza per trovare nomi condivisi, quasi sempre più per compromesso che per merito. E le alleanze al potere sono condizionate dai continui sgambetti tra i partiti che le compongono.
Oggi, poi, la fragilità del bipolarismo all’italiana è ancora più grave, e disorienta ulteriormente gli elettori. Se uno “sceglie” la destra vuole favorire una politica decisamente filoatlantica, quello di Meloni, o una posizione (Forza Italia) che dapprima piuttosto “amichevole” verso Putin ora si è avvicinata agli Usa, o quella chiaramente filo-russa della Lega?
Senza dimenticare che in Europa FdI guida un partito conservatore, Forza Italia appartiene al partito popolare, la Lega è schierata con i più dichiarati xenofobi e razzisti. Strano “polo”. E il cosiddetto cosiddetto campo largo?
È un’alleanza ovviamente ancora più instabile, divisa (forse) sull’Ucraina e dove di uno dei partner, Conte, non si sa con chiarezza né se preferisca (o no) Trump né con chi si alleerebbe in Europa. Favoriscono ulteriormente la debolezza delle due coalizioni sia il fatto che le elezioni europee siano decise da un sistema elettorale proporzionale ancora diverso dai tanti vigenti in Italia, sia il fatto che i partiti considerino tutte le tornate di voto, a ogni livello, solo dei test dei rapporti di forza nazionali.
In una democrazia rappresentativa la sovranità del popolo si esprime per mezzo delle elezioni con le quali chi vota sceglie i suoi sindaci e consiglieri comunali, i suoi parlamentari, i suoi consiglieri regionali e così via. E dovrebbe poter scegliere sulla base di programmi chiari e tra loro distinti.
In Italia le regole del sistema sono confuse e anche precarie, perché ci troviamo in una sorta di transizione permanente, cominciata oltre trent’anni fa e mai del tutto compiuta. E il “bipolarismo” contrappone schieramenti essi stessi incoerenti, puri matrimoni di convenienza.
Il progetto del premierato mira a ottenere una maggiore stabilità? Se ci riuscisse sarebbe un passo verso un sistema più autoritario, e rimetterebbe in discussione tutti i poteri dello stato. Probabilmente però non ci riuscirà, e sarà ancora una riforma fallita.
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