L’inadeguatezza del sistema italiano sul tema immigrazione

La crociata contro le moschee della sindaca di Monfalcone è lo specchio di una politica acchiappa-voti. Esemplare è la presa di posizione di alcuni sindaci veneti di diversa appartenenza politica
Francesco Jori
Migranti a Trieste in una foto di Massimo Silvano
Migranti a Trieste in una foto di Massimo Silvano

Se non ci fossero, se li inventerebbero: specie a ridosso di un’elezione, come quella per l’Europa tra poco più di due mesi. La crociata anti-moschee del sindaco di Monfalcone (non a caso in corsa per la candidatura a Strasburgo) è l’ennesima dimostrazione di come e quanto gli immigrati in Italia rappresentino per certa politica un’esca acchiappa-voti da utilizzare a orologeria, sintonizzandosi sulle lancette delle urne.

E tuttavia, non è che una parte della perdurante inadeguatezza del sistema Italia nell’affrontare un problema planetario: legata alla concezione di fondo di considerare l’immigrazione come una situazione di emergenza declinata in chiave di sicurezza, anziché come una questione sociale di portata ordinaria, per giunta destinata a lievitare nell’immediato futuro.

In questo senso, esemplare è la presa di posizione di alcuni sindaci veneti di capoluogo, oltretutto di diversa appartenenza politica. Con una prassi deleteria da parte di uno Stato che scarica il problema sui territori, per giunta gravandolo con una serie di vincoli.

Il terreno principale riguarda il Sai, Sistema di accoglienza e integrazione, che punta su un inserimento graduale e per piccoli passi, distribuendo gli immigrati in numeri bassi nei singoli Comuni.

Soluzione, si badi, prevista dallo Stato stesso in alternativa ai Cas, i Centri di accoglienza straordinaria: che diventa invece ordinaria, visto che in questo momento ospitano i due terzi del totale, vale a dire oltre 70mila persone.

Realtà, come le definisce il Centro ricerche Idos, dove prevale il concetto di immigrati come pericolo sociale: quindi da isolare in una “detenzione indefinita”, com’è stata chiamata.

Per contro, i Sai sono strutture che non solo spalmano le presenze nel territorio, ma si occupano anche dell’inserimento e della formazione al lavoro. E’ lo stesso Parlamento europeo, d’altra parte, a giudicarli un sistema efficace anche in termini economici, visto che farebbero risparmiare ai servizi di accoglienza 18 miliardi l’anno; senza contare che promuovere l’accesso al lavoro degli immigrati comporterebbe una crescita del Pil di 15 miliardi.

Ma a casa nostra non si raccoglie il messaggio. In Veneto, gli ospiti dei Cas sono 6.848, dei Sai 764; in Friuli Venezia Giulia, le cifre diventano rispettivamente 4.319 e 238. Un divario motivato dai sindaci con le solite irritanti procedure burocratiche infinite con cui un piccolo Comune non riesce a misurarsi, e con i finanziamenti, visto che il decreto fondi per il 2024 non è ancora stato varato dal governo, e si va avanti a proroghe seriali.

Eppure, la presenza di immigrati diventa sempre più vitale per un’Italia e un Nord Est in esasperato declino demografico: lo ribadiscono gli imprenditori per primi, lo documentano pochi ma indicativi dati, come il fatto che il saldo tra quanto ci costa e quanto ci rende l’immigrazione è positivo per 6,5 miliardi, e che già un 11 per cento di chi apre un’attività in proprio viene da fuori, con un aumento del 43 per cento negli ultimi dieci anni.

Altrove, convivere nella diversità è una regola: come dimostra il Regno Unito, dove i premier di Inghilterra, Scozia e Galles sono persone che vengono da lontano; e quello gallese è addirittura il primo leader nero d’Europa. Da noi, c’è chi è fermo a Neanderthal.

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