Il Nobel Giorgi sul clima: «Il tempo stringe. Vanno ridotte subito le emissioni da combustibili fossili»

«Questo, con il 2023, potrebbe essere l’anno più caldo di sempre. Ciò che più mi preoccupa è la situazione nel mare»

F.co.
Filippo Giorgi, direttore della sezione Scienze della Terra dell’Ictp
Filippo Giorgi, direttore della sezione Scienze della Terra dell’Ictp

TRIESTE Il 2023 è stato l’anno più caldo di sempre a livello globale. Il climatologo Filippo Giorgi, direttore della sezione Scienze della Terra dell’Ictp (il Centro di fisica teorica di Miramare) e membro dell’Ipcc, il panel dell’Onu sul cambiamento climatico con cui vinse il Nobel per la Pace nel 2007, lo aveva previsto con mesi d’anticipo: «Indietro non si torna. Ma siamo ancora in tempo - era stato il suo appello - per gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile».

Inverno caldo: con tre gradi in più un febbraio da record in Friuli Venezia Giulia

Quest’anno, con El Niño (il riscaldamento delle acque del Pacifico) nella sua fase positiva, e dopo un febbraio da record, il primato potrebbe essere battuto di nuovo. «Il 2024 - dice Giorgi - potrebbe essere l’anno più caldo di sempre, o il secondo più caldo assieme al 2023. Il tempo sta stringendo: serve una riduzione immediata e su larga scala delle emissioni da combustibili fossili».

Professore, il 2023 è stato caratterizzato da fenomeni eccezionali: dal primato dello zero termico al chicco di grandine più grande d’Europa. Il 2024 inizia con questo febbraio: secondo lei, quali altri record registreremo quest’anno?

«Difficile fare previsioni su scala regionale, ma mi aspetto nuove ondate di calore: inevitabili perché ormai da anni ogni estate è più calda della precedente. Sul fronte precipitazioni sarei sorpreso se non avessimo eventi estremi come i nubifragi che hanno devastato il Friuli un anno fa».

Con l’avvicinarsi della primavera torna l’allarme temporali: dovremo imparare a conviverci?

«È molto probabile. Ciò che più mi preoccupa è la temperatura del mare. Ripensiamo alla tempesta di Vaia, nel 2018: elemento sostanziale per lo sviluppo del ciclone fu proprio il fatto che nei mesi precedenti le acque del Mediterraneo erano state “caldissime”. E più fa caldo, più l’acqua evapora: l’aria diventa umida e poi si sfoga in fortissime tempeste. Mi aspetto così temporali ancora più intensi, e sempre più frequenti».

Cosa possiamo fare per farci trovare pronti?

«Anzitutto procedere con una pianificazione territoriale che tenga conto del cambiamento climatico. Ad esempio non costruire a ridosso degli argini dei fiumi, e alzarli. Importante poi mettere a punto sistemi di stoccaggio dell’acqua: i forti temporali sono sempre seguiti da periodi di secca, sempre più lunghi».

Da altri Paesi arrivano soluzioni ingegnose?

«In Portogallo si stanno costruendo parchi fotovoltaici galleggianti su bacini acquiferi, con il doppio vantaggio di produrre energia pulita ma anche limitare la perdita di acqua. Una tecnologia che potremmo esportare anche in Friuli Venezia Giulia».

È stato in montagna di recente? Come l’ha trovata?

«Ahimè, c’era pochissima neve. In questi giorni sono previste nevicate, ma attenzione: è neve molto instabile. Passata la perturbazione infatti farà subito di nuovo caldo, aumentando il rischio di slavine e valanghe».

Come valuta l’operato del nostro governo, nazionale e regionale, in termini di politiche ambientali?

«Non mi sembrano molto ricettivi. Siamo ancora lontani dalla traiettoria auspicata dagli Accordi di Parigi».

Case green, fotovoltaico, incentivi: misure utili o servono azioni su larga scala?

«Tutte le misure della transizione ecologica, in primis energetica, sono utili e andrebbero adottate rapidamente. Su larga scala, e a livello individuale. Al contempo però mi sembra che i governi stiano andando nella direzione opposta: penso ad esempio agli accordi per il gas con l’Egitto. Quando sento parlare di trivellazioni nell’Adriatico, poi, sono esterrefatto: è uno dei mari più inquinati e noi ci mettiamo delle trivelle per cercare gas e petrolio?»

La transizione ambientale richiede però enormi quantità di materie prime.

«Certo. Ma litio, nichel o terre rare, che servono a realizzare pannelli fotovoltaici e turbine elettriche, sono in realtà molto più abbondanti sul Pianeta di quello che si pensa. Il Congo, ad esempio, è il principale produttore di cobalto. Il problema è che la Cina ne controlla gran parte dei giacimenti e il monopolio sulla raffinazione, che attua con forte impatto ambientale. È un altro treno che l’Europa sta perdendo».f.co.

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