La democrazia rumorosa e il formidabile patrimonio del Nord Est
Il patrimonio di cui il Friuli Venezia Giulia dispone non sta solo nell’economia ma anche nel lavoro costante della comunità di ricerca degli istituti internazionali presenti a Trieste. Sta anche nello spirito solidaristico e mutualistico che ha raffigurato il Friuli come una sorta di unicum alle prese con il tragico terremoto del 1976

«ll cittadino non ne può più ed io sono uno di questi cittadini. Inflazione, rapine, sequestri, bombe, assassinii, come quelli di Padova, servizi pubblici paralizzati, scandali, corruzione ed inefficienza governativa, mafia politica... Perché uno dovrebbe comprare i giornali, come lei suggerisce, perché dovrebbe partecipare alla vita pubblica che non sta più in piedi, alla democrazia che non c’è? Personalmente ho solo bisogno di silenzio». Pare una lettera scritta oggi. Scriveva così, invece, il signor Bandelli, commercialista, sul Corriere della sera dell’8 luglio 1974. E però sentite anche la risposta: «La democrazia, signor Bandelli, è rumorosa.
È molto faticosa. È un lavoro in più per ogni cittadino, oltre il suo lavoro giornaliero. Il silenzio che lei tanto ama prima di mettersi al lavoro al mattino è, in una sola parola, la dittatura».
La firma della replica è di Goffredo Parise, che sta in un manipolo ristrettissimo di scrittori del ‘900 italiano meritevoli di essere ricordati (una selezione della corrispondenza intrattenuta da Parise sulle pagine del maggiore quotidiano italiano è edita da Adelphi con il titolo, evocativo del suo rapporto con la vita pubblica, Dobbiamo disobbedire).
Partiamo da Parise per discutere del nostro presente e tentare di sospendere l’attitudine freudiana alla rimozione dei macigni che ostruiscono l’orizzonte del nostro futuro.
Cosa stiamo seminando? Guerre ognidove, crisi geopolitiche e disordine nelle relazioni internazionali, sorgere di nuovi modelli di dittature tecnocratiche e/o militareggianti, tassi in rialzo in tutto il mondo, inflazione reale che distrugge il potere d’acquisto delle famiglie, diseguaglianze sociali crescenti, debiti elevati quasi ovunque, prezzi dell’energia ai massimi dalla fine del 2022. Potremmo concludere come il signor Bandelli.
Ma vogliamo appartenere al pensiero di Parise e contribuire a una democrazia rumorosa. Chiamando per nome il tema nodale: la necessità di tornare a parlare di crescita, per l’Europa, l’Italia, il Friuli Venezia Giulia.
Conviene dire chiaro e tondo che siamo imballati dalla metà degli anni ’90, ben prima dunque dell’ingresso nell’euro (che è stato per l’Italia una vera protezione, tutt’altro che un appesantimento). Conviene dire che non esiste altro modo di creare, e poi distribuire, ricchezza se non favorire la cultura e la coltura delle imprese. E che non possiamo attardarci a chiederci la misura delle insidie contenute nell’AI, perché il resto del mondo comunque procederà con questo booster.
Tocca a noi applicare questa tecnologia in una logica di sviluppo, appunto per la crescita del tessuto delle piccole e medie imprese che caratterizza il Nordest italiano.
L’AI correttamente, eticamente impiegata può essere trasformativa per le Pmi soprattutto, perché può dotarle di strumenti in precedenza inavvicinabili.
Il tema della produttività si tocca con quello della tecnologia e però anche con quello della demografia. Basti osservare che per ogni lavoratore l’ufficio anagrafe conta un pensionato. Negli anni ’80 il rapporto era di 3 a 1. Nel 2025 avevamo 24,1 milioni di occupati e abbiamo pagato quasi 23,2 milioni di pensioni, ci fa osservare l’Ufficio studi Cgia. Che enfatizza come tra il ’25 e il ’29 usciranno dal mercato del lavoro 3 milioni di italiani. E i tre quarti di questi interesserà il centro-settentrione: il motore dell’economia nazionale.
Dovremmo pure riflettere sulle ragioni che spingono un fiume di giovani ad abbandonare il Friuli Venezia Giulia e l’Italia. L’Istat segnala che nel 2024 sono espatriati 141.000 cittadini italiani, un autentico record, mentre fra il 2014 e il 2023 il Paese ha salutato, al netto dei rientri, circa 97.000 giovani laureati. Forse che dobbiamo tenere assieme a questi numeri un altro dato: l’Organizzazione Internazionale del Lavoro segnala che i salari reali sono ancora quasi del 9% sotto il livello del 2008, l’indicatore peggiore del G20.
E il Friuli Venezia Giulia in questo contesto che andamento segnala? Tra il 2011 e il 2023 trentamila giovani - e uno su due degli espatriati sono laureati - hanno lasciato la loro regione di nascita, avendo Germania, Francia, Svizzera, Spagna, Regno Unito come destinazioni privilegiate. Ma non in quota importante non hanno varcato i confini nazionali, sono andati piuttosto in Emilia e in Lombardia. Il tema dunque ci chiama in causa in modo ancor più frontale di altre aree del Paese.
Ma sempre resta inevasa la stessa domanda: che fare per trattenere i (pochi) giovani per la cui formazione tanti denari abbiamo investito? Attrattività, produttività, salari allineati al costo della vita reale, abitazioni a prezzi accessibili, infrastrutture, tecnologie, formazione continua sono tutte facce del prisma chiamato “crescita”.
Il patrimonio di cui dispone il Friuli Venezia Giulia è formidabile. Da questo dobbiamo partire. Vorrei partire da un semplice acronimo in inglese, ignoto ai più. La sigla è immaginifica e semplice: Mare.
Ma sta a indicare le imprese che appartengono al cluster del settore marittimo, aerospazio, energie rinnovabili.
Dentro ci sono Fincantieri, Leonardo, Danieli, Mangiarotti e via dicendo la lunga serie della filiera della navalmeccanica, ma anche della Difesa, della hydrogen valley e via dicendo.
Imprese grandi o grandissime. Ma singole imprese. Tutta un’altra faccenda rappresentare in modo unitario e coeso un territorio, farsi presenti come luogo di destinazione di talenti e di investimenti. Allo stesso modo, quando la politica politicante la smette di occuparti in una logica spartitoria e di occupazione del porto di Trieste e ne libera la vocazione internazionale, diviene calamita di operatori di scala mondiale e generatore di benessere per un’area vasta (solo i miopi confondono il porto di Trieste con la sola città di Trieste, piuttosto vale per la competitività di un’area transnazionale).
Ma è tutto qua il patrimonio di cui il Friuli Venezia Giulia dispone? Sta tutto racchiuso nei numeri dell’economia? No. Sta anche, per esempio, nel lavoro costante della comunità di ricerca degli istituti internazionali presenti a Trieste. Lavoro silenzioso, però importante. Sta anche nello spirito solidaristico e mutualistico che ha raffigurato il Friuli come una sorta di unicum alle prese con il tragico terremoto del 1976, e lo abbiamo visto di nuovo in questi mesi con la ricorrenza del cinquantenario.
«La democrazia, signor Bandelli, è rumorosa. E molto faticosa». Ma non conosciamo un modo diverso di stare insieme.
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Con queste righe concludo il mio mandato da direttore di questo giornale: il numero in edicola martedì sarà firmato da un collega di grande esperienza e valore quale Alessandro Barbano. A lui il più cordiale augurio di buon lavoro. All’Editore il mio ringraziamento per la fiducia accordatami. Alla comunità di lavoro riunita attorno a questo giornale il mio ringraziamento per la dedizione e l’impegno garantiti. Ai lettori, che sono il capitale principale di qualsiasi impresa editoriale, il ringraziamento per partecipare alla nostra “democrazia rumorosa”.
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