Medici di base e Case di comunità: non è solo una questione di turni: in gioco c’è l’assistenza ai pazienti

Turni e obblighi nelle case della comunità accendono lo scontro in Friuli Venezia Giulia. I medici chiedono un accordo sostenibile: senza personale e organizzazione, a pagarne il prezzo potrebbero essere i pazienti

Walter Ricciardi

La disputa tra la Regione Friuli Venezia Giulia e i medici di famiglia sull’ingresso nelle Case della comunità sta prendendo una direzione preoccupante. La Regione richiama gli obblighi contrattuali e prospetta conseguenze per le assenze ingiustificate; i sindacati rispondono che molti medici, già responsabili di oltre 1.500 assistiti, non possono lasciare i propri ambulatori senza ridurre l’assistenza ai pazienti. Entrambe le posizioni hanno un fondamento. Ma se il confronto si esaurisce in un braccio di ferro sui turni, avremo perso di vista lo scopo della riforma.

Le regole vanno rispettate e la Regione ha il dovere di attivare i servizi promessi. I medici, a loro volta, devono poter lavorare in condizioni sostenibili, soprattutto nei territori dove sono già pochi e le distanze sono grandi. Assegnare ore in una nuova sede senza valutare che cosa accade negli ambulatori significa rischiare di spostare la carenza da un luogo all’altro.

La Regione Fvg ai medici di base: «Obbligatorio coprire i turni nelle nuove Case di comunità»
L’ingresso al punto unico d’accesso di una delle Case della comunità aperte in Friuli Venezia Giulia (Silvano)

La questione decisiva è: che cosa devono fare i medici nelle Case della comunità e come devono lavorare con gli altri professionisti? Se la loro presenza si traduce in un ambulatorio aggiuntivo, scollegato dalle cure abituali, potremo dire che un turno è stato coperto, non che l’assistenza territoriale è migliorata.

Le Case della comunità sono nate per offrire alle persone un accesso riconoscibile ai servizi e una risposta coordinata ai bisogni di salute. Il loro valore sta nella collaborazione tra medici di famiglia, infermieri, specialisti, assistenza domiciliare e servizi sociali.

Per un anziano con più malattie croniche o per una persona dimessa dall’ospedale, la differenza non la fa il numero di professionisti presenti nello stesso edificio. La fa la capacità di seguire un percorso condiviso: sapere chi prende in carico il problema, chi contattare, quali controlli effettuare e chi verifica che nessuno resti solo tra un servizio e l’altro.

La copertura degli orari è necessaria, ma non costituisce, da sola, un progetto assistenziale. Prima di distribuire i turni occorre definire i bisogni di ciascun territorio, le attività da svolgere, le responsabilità dei professionisti e il collegamento con gli ambulatori esistenti. Occorre anche capire se le persone che vivono nelle aree interne riescono davvero a raggiungere le nuove strutture e come assistere quelle che non possono farlo.

È da qui che dovrebbe ripartire anche il confronto in Friuli Venezia Giulia. La Regione può e deve far rispettare gli accordi, ma il richiamo alle possibili sanzioni non può diventare il messaggio principale di una riforma che richiede la collaborazione dei professionisti. Allo stesso modo, i medici hanno ragione a chiedere soluzioni sostenibili, ma non possono limitarsi a difendere l’organizzazione attuale. La medicina generale possiede una conoscenza insostituibile dei pazienti e delle fragilità dei territori: deve usarla per contribuire a costruire il nuovo modello.

Serve un accordo operativo, distretto per distretto. Le aziende sanitarie e i professionisti definiscano insieme il personale disponibile, i servizi da garantire e l’effetto dei nuovi impegni sull’assistenza già erogata.

Ogni Casa della comunità renda chiaro ai cittadini che cosa offre, come vi si accede e chi coordina i percorsi delle persone con bisogni complessi. I risultati siano verificati periodicamente: non solo quante ore mediche sono state coperte, ma quanti pazienti fragili sono seguiti con continuità, quanto sono accessibili le cure e se i servizi riescono davvero a comunicare.

Se la vicenda si concludesse con l’imposizione dei turni, la Regione potrebbe rivendicare l’applicazione delle regole senza aver necessariamente migliorato l’assistenza. Se si concludesse con un rinvio indefinito, la medicina generale rischierebbe di restare ai margini di una trasformazione che ha bisogno del suo contributo. In entrambi i casi perderebbero tutti. Il prezzo più alto sarebbe pagato dai cittadini e dai pazienti, che non chiedono di scegliere tra Regione e medici: chiedono cure accessibili, coordinate e vicine alla loro vita.

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