La lezione di “zio Paul”: Trieste salvi la sua Pallacanestro
Il commiato zuccheroso di Matiasic evita il fallimento della Pallacanestro Trieste e cede il testimone a un nuovo partner d'oltreoceano. Ma i tifosi lanciano il monito: «Basta dipendere dagli "zii d'America", il marchio e l'identità devono tornare in mano alla città, agli imprenditori locali e alle istituzioni». L'allarme sul modello Brescia e il business imposto dall'Europa

Proprio quando stavamo per toccare il fondo, un fondo ci ha salvato! E voi che non avevate fiducia. Lo zio d’America invece è stato di parola e ci ha lanciato in extremis un salvagente al quale aggrapparci, prima di affogare. In quello che sembra l’ennesimo Giorno della Marmotta (ricordate quel film?), si ritorna all’alba di un nuovo giorno, che però ci sembra di aver già vissuto. Sospiro di sollievo, d’accordo. Ma sarebbe errore imperdonabile fermarci e pensare di averla fatta franca anche stavolta. Nella sua zuccherosa lettera di congedo Paul Matiasic ringrazia Trieste, ma siamo invece noi che dobbiamo ringraziare lui: non solo per averci trovato un nuovo partner.
Dovremo ringraziarlo per la LEZIONE (parola della settimana) che ci ha dato: da qui in avanti cercate di darvi da fare voi triestini, per impossessarvi prima possibile della vostra squadra. Cercate di stare in piedi camminando sulle vostre gambe. Ascoltiamolo allora, cercando di diventare una volta per tutte noi tifosi, appassionati, imprenditori, amanti di questo sport… i veri padroni di un marchio che deve essere identità, legame col territorio e la sua gente.
Perché altrimenti ci sarà sempre qualcuno che dirà di amarci e vi chiederà di essere “parte di un progetto”. Ma quando vedrà un business più grande da un’altra parte, ci dirà ciao. Perché l’amore che gli abbiamo dato non era abbastanza, perché “part of it” lo siamo stati sino a un certo punto. Ma non bastava…
La lezione di zio Paul, che non ha rubato nulla, perché le regole di questo nostro basket sempre più balordo lo hanno legittimato a fare quel che ha fatto, deve restarci bene impressa nella mente. Lo so, non è facile camminare da soli e possiamo accettare l’aiuto da fondi, sponsor, multinazionali, consorzi, cordate e quant’altro. Ma la proprietà del marchio e del titolo sportivo deve essere Trieste, la città dove la squadra gioca, il suo pubblico e magari anche le istituzioni pubbliche, perché anche quelle sempre noi siamo.
E un segnale deve arrivare adesso, da subito. Magari cercando di spiegare a chi governa il basket italiano che così si deve fare, per non fare la fine di altre tifoserie, annichilite come dalle parti di Brescia, città che per prima ci aveva espresso solidarietà quando sembravamo essere noi le vittime sacrificali del business tra i canestri che la cultura d’oltre Oceano sta cercando non di esportare, ma di imporre, in questa nostra vecchia e romantica Europa, dove ancora si crede nella fidelizzazione tra una squadra e la sua gente.
Ecco perché oggi siamo noi a ringraziare Paul Matiasic: non perché ci ha lasciato il titolo sportivo, ma perché ci sta aiutando a capire che Trieste deve iniziare a camminare anche e soprattutto con le proprie gambe, tornando ad essere la vera proprietaria della “sua” Pallacanestro. Anche con meno soldi, ma almeno con la giusta dignità.
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