L’ex Aquaro: «Rivedere la Triestina in D fa male»

Il match winner del playoff che riportò l’Unione tra i pro: «Sono desolato per questa retrocessione, immagino la tristezza dei tifosi»

Guido Roberti
Giuseppe Aquaro nella finale playoff contro la Virtus Vr (Lasorte)
Giuseppe Aquaro nella finale playoff contro la Virtus Vr (Lasorte)

Nel maggio del 2017, anche se ai più appare una vita fa, un suo gol divenne sotto ogni punto di vista un’icona della rinascita rossoalabardata.

Non fosse bastato il fallimento del 2012 (e quello del ’94), dopo il crack Fantinel-Aletti, i tifosi alabardati dovettero sopportare 4 anni di stenti tra Eccellenza e serie D di basso livello fino all’aprile 2016 (con due salvezze in extremis per evitare il bis nella maggior categoria regionale).

Poi dall’Australia il sogno, un viaggio del ritorno, 60 anni dopo averla lasciata, Trieste, meta di Mario Biasin con i cugini Mauro e Romina Milanese a raccoglierne le spoglie in tribunale, con un dribbling all’ultima curva per accaparrarsi l’Unione al posto di Alma, poi diretta alla pallacanestro.

Quel gol citato porta la firma di Giuseppe Aquaro, il difensore centrale che mise a segno la rete nei minuti di recupero della finale playoff contro la Virtus Verona, un gol che diede la ragionevole certezza di poter tornare in C a completamento organici. Indimenticabile la sua esultanza con tanto di turbante a coprire una ferita in testa, 15 anni dopo Boscolo a Lucca.

Era il 21 maggio 2017, giorno del suo compleanno. A 9 anni di distanza tutto si sarebbe immaginato l’ex giocatore fuorché vedere la Triestina tornare lì, nel baratro della D. Non difficile prevedere che verrà battuto in questi anni, l’arco temporale 1965-1983 di assenza dalla B. Ora la cadetteria manca già da 15 stagioni.

Aquaro, che sensazione prova nel vedere l’Unione in D?

«Sono rammaricato. Mi capita spesso di rivedere quel gol, rivivere il momento, ricordare l’esultanza dei tifosi, di voi giornalisti, un momento fantastico per la Triestina. Sono desolato per questa retrocessione, immagino la tristezza dei tifosi».

Quella volta c’erano Biasin-Milanese per rifiorire.

«Avere un presidente come Biasin ad oggi è difficile, un uomo che amava la Triestina, le sue radici, era un triestino doc, amava la sua terra natia anche se viveva fuori, metteva il suo grande amore per la Triestina avanti a tutti gli interessi. La ricetta non esiste, sicuramente scegliere persone che possano essere legate alla maglia, potrebbe aiutare, non è necessario scegliere persone lontane. Un Biasin-Milanese sarà difficile ritrovarlo».

La D poi bisogna conoscerla sotto tutti i punti di vista.

«Non è scontato vincere qualsiasi campionato, a prescindere dalla categoria, anche per noi nel 2017 l’impresa è stata ardua, pur avendo giocatori validi per la categoria, abbiamo raggiunto l’obiettivo solo tramite playoff. Per ripartire è necessario cominciare a piccoli passi, rimediando alle scelte sbagliate».

In generale è un calcio ammalato da tempo, e forse sempre più?

«Che sia calata la qualità del calcio italiano è evidente. Il calcio italiano ha sempre avuto una sua identità, dobbiamo abbandonare l’idea di dover paragonarci ad altri modelli. I giovani italiani ci sono, però continuiamo ad andare all’estero a cercare talenti. L’argomento è così vasto che potremo stare qui a parlarne per ore. Mi sento solo di dire che il calcio italiano deve ritrovare un po’ di orgoglio proprio».

E quello che a Trieste è ribattezzato eroe, Aquaro, cosa ha fatto in questi ultimi anni?

«Mi sono sposato e mi occupo di altro, vivo in provincia di Taranto e mi sono discostato dall’ambito calcistico: le mie ultime esperienze mi hanno fatto capire che è un mondo ormai lontano dai miei valori calcistici e professionali, resta sempre la mia passione, mi piace osservare, seguire tutte le squadre che mi hanno accompagnato nella mia carriera calcistica».

E la Triestina?

«L’amore c’è sempre, e continua ad avere un posto speciale nel mio cuore. Posso solo dire alle nuove leve, di vivere quell’emozione in campo con l’umiltà che mi ha sempre contraddistinto». —

 

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