Retrocessione indirizzata per la Triestina: la colpa è di tutti, a parte la squadra

Dopo anni di cattive gestioni e una nuova proprietà propensa a ripartire dalla serie D, adesso i tifosi si interrogano sul futuro

Ciro Esposito
Adam Rothstein e Marco Margiotta (foto archivio Lasorte)
Adam Rothstein e Marco Margiotta (foto archivio Lasorte)

La retrocessione in serie D dell’Unione è arrivata domenica, si è incardinata la scorsa estate ma è nata quattro anni fa. E soprattutto i nuovi proprietari non hanno ancora chiarito qual è il progetto, dopo aver fatto intendere già a dicembre che per loro non era un problema ripartire dal basso.

La retrocessione è comunque un delitto sportivo con tanti padri: dalla gestione di Giacomini a quella di Rosenzweig e, anche se in solo parte, coinvolge l’attuale proprietà. Soltanto i giocatori e gli staff tecnici hanno lottato con indomita resilienza.

Triestina, cala il sipario: la sconfitta con la Pro Vercelli sancisce la retrocessione in D
Il saluto della squadra ai tifosi: la Triestina retrocede in serie D (Foto Lasorte)

La morte di Biasin è stata non solo una tragedia umana e famigliare ma anche lo spartiacque nel destino dell’Unione. Perché dall’impellente e affrettata vendita del giugno 2022, la Triestina non si è più rialzata. Nessuno di coloro che si sono alternati come proprietari e nella gestione ha voluto o quantomeno saputo mettere a terra un progetto sportivo.

I buoni risultati di solito arrivano con un’equilibrata gestione delle risorse, selezione di uomini competenti, costruzione di una filiera che parte dal settore giovanile e dalle infrastrutture, rapporto schietto e onesto con il territorio per attrarre risorse in termini di sponsorizzazioni e presenze allo stadio. Un tale scempio non è successo solo a Trieste (anche a Ferrara, Reggio Emilia, Livorno, Siena, Bari e l’elenco è lunghissimo), ma quello della Triestina ha una sua peculiarità.

Non sono mancate infatti le risorse finanziarie, anzi. In tre anni dai tik-toker agli americani sono stati bruciati oltre 40 milioni di euro. Il filo conduttore è che gran parte dei denari sono destinati a quel centro di costo che nei bilanci è indicato come costo del personale: la somma fa 36 milioni ai quali vanno aggiunti quelli necessari per chiudere la stagione in corso. Una montagna di soldi per stipendi, commissioni, consulenze, mentre a Trieste è rimasto il deserto.

Triestina calcio retrocessa in serie D, l’amarezza di Marino: «Questi ragazzi hanno dato tutto»
Il Mister Marino

Le vicende sportive sono andate di pari passo: retrocessione evitata due volte nei playout con la Triestina per lungo tempo ultima in classifica, un playoff con uscita al primo turno nazionale di un gruppo che navigava ai vertici con Attilio Tesser nel girone d’andata nell’unica vera fiammata durata 4 mesi dell’era Rosenzweig e infine la retrocessione nei dilettanti maturata domenica. Eppure quando c’è stato un timido tentativo di progettualità (con Tesser in due fasi e con Delli Carri) i risultati sul campo si sono visti. Dei misfatti del passato si è detto tutto e se ci sarà qualcosa da aggiungere lo farà la magistratura al termine dell’inchiesta in corso.

Per quanto riguarda il presente va preso atto che il nuovo asset canadese-Doge orchestrato da Adam Rothstein ha salvato al momento la Triestina dal fallimento iniettando almeno una decina di milioni ma ha gestito la transizione in modo non certo esemplare.

Il diritto al pegno sulle azioni è stato esercitato da Olivier Centner nel mese di luglio. Ad agosto non sono stati saldati gli emolumenti dovuti ed è stata ritardata la fideiussione integrativa portando il monte penalità da -7 di fine giugno a -23. Azioni che poi sono state eseguite ma con una dilazione nel tempo che è diventata una sentenza per la squadra.

Il mercato, bloccato dall’indice di liquidità deficitario, è stato sdoganato nell’ultimo giorno e la squadra esistente è stata integrata in modo molto parziale. Chi ha lavorato sul mercato senza soldi? Il tandem Menta-Franco. Il risultato è stato una Triestina non strutturata e con un fardello di penalità sul groppone. I nuovi avranno trovato ostacoli dagli uscenti o hanno agito puntando a ripartire dalla D?

Ce lo spiegheranno, forse. Certo è che a settembre c’è stato l’accordo importante con House of Doge, a ottobre è stato poi rinnovato il cda (uscite di Stella e Menta oltre a Rosenzweig, ingressi di Centner e Margiotta) che ha dato però le deleghe a un presidente, Tom Zelenovic, dimessosi dopo tre settimane e dopo aver realizzato il ritorno di Tesser. Il nuovo cda infine ha scelto correttamente di dedicarsi a un piano di rientro dei buchi ereditati e a coprire gli oneri correnti (riducendoli per quanto possibile) abbandonando però al suo destino la parte tecnico-sportiva.

Questo è successo e ora tocca alla gestione Rothstein ricostruire in un deserto ereditato o forse voluto, ripartendo dalla D e risalire come ha fatto in Catalonia con il Sabadell. Il contatto avviato con l’ex Beppe D’Aniello per un ruolo di vertice gestionale è un passo positivo qualora si concretizzasse. Ai tifosi non resta che attendere. Al buio e con la morte nel cuore.

Riproduzione riservata © Il Piccolo