Acegas, a Sartori la missione impossibile

TRIESTE. Da quattro giorni Mauro Sartori si è buttato anima e corpo, giocoforza, nella mission che gli ha gettato sulle spalle il cda della Pallacanestro Trieste 2004: trovare nel giro di un mese 150-200mila euro che mancano oggi per completare l’ipotetico budget di mera sopravvivenza per poter disputare l’anno prossimo il girone Gold della nuova Legadue. «C’è massimo impegno da parte mia - afferma il general manager biancorosso -, ma non ho ancora avuto la possibilità di avviare finora contatti di un certo livello che possano risolvere la situazione».
Diciamolo subito, tanto per sgombrare il campo da equivoci: questa gettata sulle spale di Sartori è una croce troppo pesante per le spalle, per quanto forti e larghe, di una sola persona: dovrebbe riuscire in 4 settimane a trovare tutti quei soldi che in un anno non è riuscita a trovare l’intera dirigenza, pur con l’appoggio, dichiarato o no, del Comune che di fatto della società è ancora prorietario. Non ce l’hanno fatta loro insieme fino a dicembre scorso, quando potevano contare sull’entusiasmo della promozione e avevano da “vendere” una squadra molto competitiva e divertente, come si può pensare che possa riuscirci Sartori da solo e senza nulla da vendere? Perchè non crederete mica che una squadra di ragazzini locali e un progetto di retroguardia, per non dire da retrocessione, possano muovere di colpo emozioni e portafogli di chi non ha potuto o voluto muoverli quando le cose andavano bene...
Ecco, cosa va a vendere di fatto Sartori per convincere qualcuno a dare soldi alla società di basket? «Propongo spazi di visibilità di ampia diffusione. Abbiamo preparato una simulazione da proporre - spiega il gm -: logo sull’abbigliamento da gara e da passeggio della squadra, sul parquet, sulle protezioni dei canestri; ci stiamo attrezzando per dotarci di led da sistemare al PalaRubini. Il problema è che attualmente non abbiamo un prodotto definito da offrire, visto che per la prossima stagione ancora tutto è da definire, dagli assetti societari alla squadra, alla definizione del nuovo campionato».
Così Sartori è costretto a cercare l’America navigando a vista su una barchetta a remi. «Lunedì incontrerò il presidente dell’Associazione industriali di Trieste, che mi farà conoscere di persona altri imprenditori per iniziare a parlare con loro della questione». Non vuole elemosinare prebende col cappello in mano, il buon Mauro. Vuole invece ragionare con gli imprenditori su un’idea che si è già rilevata vincente altrove. «Vorrei far capire che non si tratta più di cercare un solo proprietario o socio di grande maggioranza, com’era una volta. Oggi è più proficua l’unione di tanti soggetti, per creare una partecipazione diffusa del territorio. Il modello di riferimento potrebbe essere quello di Varese, che già Treviso ha fatto proprio dopo il disimpegno della famiglia Benetton». Con questo modello, per chiarire, Varese è stata presa sull’orlo del fallimento e con la partecipazione di tutti gli imprenditori cittadini, ognuno con piccole quote che insieme hanno però fatto il mare, nel giro di 3-4 anni è tornata a primeggiare in Italia e in questa stagione sta dominando la serie A dalla prima giornata. Su questa possibile sensibilità triestina, la stessa poi che ha invocato il patron della Reyer Venezia, Luigi Brugnaro, un paio di settimane fa, Sartori gioca la scommessa che lui non ha fatto, ma della quale si accolla i rischi. «Lo faccio con grande impegno e amore per lo sport, cercando di ottenere il massimo». Se ci riesce, è da farlo santo subito. Ma se non ce la fa, che a nessuno salti in mente di farne il capro espiatorio.
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