Addio Bollesan il corsaro del rugby pioniere in campo, poi ct e manager

il personaggio
Il rugby è sotto shock: dopo Massimo Cuttitta, vittima del Covid, ieri è scomparso anche un altro mito dell’ovale azzurro, Marco Bollesan, spentosi a Bogliasco dopo una lunga malattia. Aveva 79 anni. Bollesan, in realtà, è stato a lungo «il» rugby italiano. Un personaggio enorme, corsaro in campo e gentiluomo fuori, prima straordinario flanker poi allenatore di successo, per un breve tempo anche ct della Nazionale, che guidò ai Mondiali del 1987 sfiorando il passaggio ai quarti di finale.
Da giocatore ha vinto due scudetti, nel 1966 con la Partenope Napoli e nel 1975 con la Leonessa Brescia. Nato, per caso, a Chioggia – o forse in Jugoslavia: un po’ di mistero coltivato da grande affabulatore – ma genovese fino al midollo, con il Cus Genova, la squadra con cui aveva debuttato nel 1959 da ex garzone di frutteria, sfiorò altre tre volte la vittoria in campionato. I francesi, che lo temevano e lo adoravano, lo hanno corteggiato a lungo, ma Bollesan era un italiano integrale, capace di offrirsi gratis per allenare l’Amatori Milano e poi per far promuovere Alghero, dove fu allenatore fra gli altri proprio di Cuttitta. Aveva il volto, il baffo, la lealtà cruda e il gusto per la battuta diretta da «duro del cinema», e la generosità del leader nato. A proposito dei 160 punti di sutura che portava in corpo diceva: «Sono una carta geografica ambulante».
Figlio di un’altra epoca, fu però un proto-professionista in un’era in cui campare di rugby sembrava una bestemmia. Gli ultimi incarichi li ha ricoperti a inizio millennio, da team manager della Fir, poi la malattia che gli ha offuscato la memoria. Ma senza mai scalfirne la grandezza. —
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