Basket, Matteo Boniciolli dice stop alla sua maniera: senza giri di parole

Con Roma in B interregionale il triestino coach guida l’ultima partita «della sua esistenza». Una vita da allenatore in serie A da vice di Tanjevic alla finale con la Fortitudo nel segno dell’integrità

Lorenzo Gatto
Il tecnico triestino Matteo Boniciolli
Il tecnico triestino Matteo Boniciolli

Matteo Boniciolli mette ufficialmente la parola fine alla sua carriera da capo allenatore di prime squadre. Lo fa in modo coerente con la sua storia: lontano dai riflettori della Serie A, in una B Interregionale che ha vissuto con la stessa ferocia agonistica di sempre, fedele a un patto d’onore con la società. Per i prossimi 3 anni resterà a Roma come responsabile tecnico della società Stella EBK.

Ha chiuso a modo suo, dicendo che questa era l'ultima partita "nella sua esistenza". Un'affermazione definitiva, teatrale, terribilmente boniciolliana. Triestino fino al midollo, Boniciolli ha iniziato a masticare basket sin da piccolo. Cresciuto all'ombra del carisma debordante di Bogdan Tanjevic nella Stefanel dei miracoli, Matteo ha assorbito da Boscia non solo la disciplina tecnica, ma anche quell'idea di basket come missione pedagogica e filosofica.

Dopo la gavetta vera (e un’esperienza difficile a Porto Torres che avrebbe stroncato chiunque non avesse avuto la sua tigna), il debutto a Udine nel 1999. Una promozione immediata, un settimo posto da matricola e quella capacità di far giocare le sue squadre oltre il limite del talento. Il punto di svolta e la consacrazione arrivano a Bologna. Sponda Fortitudo. Una finale scudetto raggiunta subito, poi il brusco addio. Boniciolli non è mai stato un uomo da mediazione. In un mondo di coach che usano il politichese, lui ha sempre preferito il linguaggio tagliente della verità.

È stato un allenatore nomade per necessità e per scelta: Messina, Teramo, il Belgio. Poi il capolavoro ad Avellino nel 2008: una Coppa Italia storica e il titolo di miglior allenatore dell'anno. Qualunque altro avrebbe capitalizzato quel momento per sedersi su una panchina d'oro per un decennio. Lui no: si dimise da allenatore e giemme subito dopo i playoff. Perché per Matteo, se il feeling si rompe o se la visione non è più condivisa, restare è un peccato mortale contro il basket.

Ha vinto in Europa con la Virtus Bologna (l’EuroChallenge 2009), è andato a insegnare basket in Kazakistan vincendo tutto e trasformando una nazionale quasi inesistente in una realtà asiatica rispettabile. Ma il richiamo della foresta, ovvero della sua Fortitudo, è stato troppo forte. Il ritorno a Bologna nel 2015 è stato l'atto d'amore di un uomo che non ha mai avuto paura delle minestre riscaldate, portando la Effe dalla B alla finale promozione per la A1.

Gli ultimi anni, tra Udine, Scafati e Torino, sono stati segnati da una salute che ha iniziato a presentare il conto e da un carattere che, pur smussato dal tempo, è rimasto orgogliosamente spigoloso. Poteva avere una carriera più importante? Forse sì. Se avesse frequentato i salotti giusti, se avesse taciuto quando c’era da tacere, se fosse stato più diplomatico con i presidenti e meno esigente con i giocatori. Ma a quel punto non sarebbe stato Matteo Boniciolli. Il suo limite è stato il suo più grande pregio: l'integrità feroce.

Boniciolli è quello che ti dice la verità in faccia anche se fa male, quello che mette il settore giovanile davanti alla gloria personale se la parola data è quella. È stato dissacrante, a tratti arrogante, spesso divisivo. Ha avuto difetti evidenti, un'autostima a volte ingombrante e una gestione emotiva che lo ha logorato. Tuttavia, gli va reso l’onore delle armi. In un basket sempre più omologato, Boniciolli è stato un unicum. Uno che ha fatto della sua passione il suo mestiere, tenendo duro quando non lo cercava nessuno e sbattendo la porta quando lo cercavano tutti. Un uomo mai banale.

E forse, proprio per questo, il basket dei grandi sentirà la mancanza di quelle sue idee, giuste o sbagliate, ma sempre e comunque sue.

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