Bossi: «L’incertezza sul futuro della Pallacanestro Trieste è figlia di scelte ancora non fatte»

L’ex play biancorosso è reduce da una stagione a Forlì: «Spiace per la città e per gli amici, ma credo che questo silenzio sia il segnale che la situazione non è stata ancora definita. I tifosi non devono perdere la fiducia»

Lorenzo Gatto
Il playmaker triestino Stefano Bossi è reduce da una stagione a Forlì
Il playmaker triestino Stefano Bossi è reduce da una stagione a Forlì

In un inizio di giugno pieno di incognite per la pallacanestro italiana, le voci dei protagonisti aiutano a fare chiarezza. Con il futuro societario della Pallacanestro Trieste ancora avvolto in un silenzio indecifrabile, chi conosce bene l'ambiente ci racconta le sue sensazioni.

Stefano Bossi, triestino ed ex giocatore biancorosso, analizza con schiettezza la crisi attuale del basket italiano, commenta il suo imminente addio a Forlì e lancia un messaggio di profondo attaccamento e speranza a tutto il popolo triestino: la maglia viene prima di tutto.

Bossi, che effetto le fa vedere la situazione attuale della pallacanestro triestina?

«Stupore, dispiacere, preoccupazione. Per i tifosi e per i miei ex compagni. Questa è la cosa più frustrante di tutte. Siamo arrivati all’inizio di giugno, sono più di tre mesi che questa situazione di stallo è uscita allo scoperto e ancora oggi non si sa assolutamente nulla sul futuro».

Ma secondo lei questo incredibile silenzio a cosa è dovuto? C'è una strategia dietro o pura incertezza?

«Il silenzio penso sia dovuto semplicemente al fatto che le scelte strategiche non siano ancora del tutto definite. Ho la quasi certezza che Brescia rimanga a Brescia e, a questo punto, capire cosa succederà a Trieste diventa davvero complicato».

In questi mesi nel basket italiano si parla ormai quotidianamente di compravendite di titoli sportivi, scambi, fusioni e rinascite artificiali. Da giocatore che idea si è fatto?

«Conseguenza di quello che in questo momento lo sport italiano è in grado di offrire a livello economico. Ogni società in sofferenza, appena trova qualcuno che mette i soldi, si piega inevitabilmente alla potenza del denaro. Questa deriva è una conseguenza di come vanno le cose: il basket di vertice non fa utili e, purtroppo, le società in difficoltà si prestano a chiunque arrivi con la liquidità necessaria a salvare la baracca. Per come stanno andando le cose, non mi stupirei se tra dieci anni tutte le squadre del nostro campionato fossero sotto la gestione di fondi d'investimento stranieri».

Parliamo del suo futuro personale. Sarà ancora a Forlì nella prossima stagione?

«Ho contratto con Forlì, ma recentemente mi ha chiamato Francesco Nanni dicendomi che il budget si è notevolmente abbassato e che le condizioni a cui ho firmato a gennaio scorso non sono più sostenibili. La palla passa al mio procuratore e alla società, vediamo se si trova un accordo per una transazione, ma direi che al 90% nella prossima stagione non sarò a Forlì».

Se dovesse mandare un messaggio ai tifosi triestini che oggi vivono un momento di forte incertezza e inevitabile delusione, cosa si sentirebbe di dire loro da triestino vero?

«Di stare tranquilli e non perdere la fiducia, perché già due o tre volte in passato la società si è trovata a un passo dal baratro e si è dovuta riassestare. Che sia A1 o A2, la passione di questa città ci sarà sempre. Alla fine, che in campo ci sia Colbey Ross o Stefano Bossi, i tifosi tifano la maglia, la storia, i nostri colori. La passione a Trieste, non si spegne».

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