I magnifici ragazzi dell’Unione anni Settanta: «Tagliavini ci ha fatto diventare professionisti»

Un personaggio con il suo caratterino, spesso ruvido nei rapporti, ma proprio per questo perfettamente adatto a forgiare quella banda di ragazzini scatenati che si sono alternati in sei stagioni nella Triestina anni Settanta: è questo il ritratto di Vasco Tagliavini, scomparso a Reggio Emilia e indimenticato mister dell’Unione dal 1974 al 1980, che emerge dal racconto dei giocatori di quegli anni.
A partire da Andrea Mitri, uno dei protagonisti di quelle stagioni: «Con Tagliavini ho litigato spesso, avevamo due caratteri in contraddizione, però lo ricordo come una persona molto seria che in fin dei conti, proprio nella conflittualità, mi ha insegnato molto. Soprattutto ad avere una mentalità da professionista e ad allenarmi in un certo modo...io non avevo tanta voglia. Poi il tempo ti fa vedere le cose diversamente e capire quali sono gli atteggiamenti giusti, che a me, a quell’età, sembravano sbagliati. In ogni caso una persona importante per me, ero a inizio carriera e se lui non mi avesse fatto giocare, non avrei avuto la carriera che ho avuto. Quindi un grande merito, purtroppo nella vita ha avuto tante difficoltà che non si meritava».
C’è poi chi gli anni con il mister emiliano in panchina, se li è fatto praticamente quasi tutti, come Roberto Lenarduzzi. E può evidenziare come anche sul piano tecnico, Tagliavini avesse portato una ventata di novità: «Mi fece esordire nella Triestina, nel campionato 1975-76 in cui vincemmo la serie D. Fu il primo a farmi giocare, e mi feci tutti gli anni in un lungo percorso assieme. Aveva il suo carattere, ma in quei tempi era una specie di innovatore: prima nella preparazione si faceva abbastanza poco, lui fu il primo ad adottare un certo tipo di allenamento, come le ripetute, cose che non si erano ancora viste. Per quei tempi erano cose innovative, veniva dal settore giovanile dell’Inter e credo che qualcosa da lì l’abbia portato. Inoltre, il fatto che sia rimasto per 6 anni, credo un record per la Triestina, mette in luce come abbia fatto qualcosa di importante, sempre assieme a Varljen. E grazie anche al presidente Belrosso, fornì davvero le basi per il rilancio della Triestina».
Molto commosso il ricordo del portierone di quel periodo, Luciano Bartolini, che oltre al grande affetto per Tagliavini, conferma comunque una certa ruvidezza nei rapporti personali: «Vasco lo ricordo bene, per me è morto qualcosa di molto importante. Per me è stato un vero esempio di vita e di sport, sarei andato di corsa anche al funerale a Reggio Emilia, ma un recente incidente motociclistico mi tiene bloccato. Appena posso guidare, lo andrò a trovare. Aveva il suo carattere, ma quando è tutto a fin di bene, i ricordi sono sempre e comunque positivi. Abbiamo litigato in varie occasioni, a volte nemmeno ci si salutava, e poi invece la sera si andava a cena assieme. Questo credo la dica lunga sul mio grande rapporto con lui».
Anche Franco Schiraldi confessa quanto i modi di fare del mister furono preziosi per farlo crescere: «Io devo solo ringraziarlo, perché in un momento delicato per la società, ha dato credito ai giovani e ai triestini. Certo aveva un bel caratterino da gestire, ma lo faceva per stimolarci ed è servito molto anche a me, perché ero un ragazzo irrequieto e grazie a lui sono riuscito a trovare un equilibrio. Peccato arrivare a un passo dalla B persa per quello spareggio, ma abbiamo riportato la gente allo stadio con grandi numeri e cinque ragazzi di Trieste in campo».
Sentito anche il ricordo di Toio Muiesan: «Eravamo un gruppo di giovani, in tanti di noi triestini, e lui ci chiamava la polleria. Come persona, mi rimarrà sempre in mente che quando si ritornava dalle trasferte o anche dagli allenamenti a Villaggio del pescatore, ogni volta che si imboccava la Costiera diceva “che spettacolo, come volete che gli avversari vincano a Trieste, con questo panorama si mettono paura”. Come allenatore, ci ha dato quello scatto decisivo per farci diventare veri professionisti». —
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