Il pericolo hooligans adesso arriva da Est

Putin ha acceso le luci sull’evento sportivo dell’anno, segnando il primo goal della personale propaganda. Calcio e potere. Nel rettangolo la sfida tra le nazionali di casa e quella dell’Arabia...

Putin ha acceso le luci sull’evento sportivo dell’anno, segnando il primo goal della personale propaganda. Calcio e potere. Nel rettangolo la sfida tra le nazionali di casa e quella dell’Arabia Saudita, in tribuna d’onore lo zar e lo sceicco impegnati tra affari e geopolitica mediorientale. Chiuse definitivamente le polemiche sul percorso che ha portato l’edizione 2018 in Russia. Aperto ufficialmente il mese di passione per fanatici, e non, del pallone. Dietro l’angolo, resta l’imprevedibile “ritualità animalesca” degli hooligans, che potrebbe rovinare la festa (“prazdnik”) allo zar populista. Per garantire la sicurezza Putin ha schierato in campo una imponente forza di controllo: stadi blindati dall’antiterrorismo; squadre sotto la vigilanza dei reparti speciali (OMOH) della polizia federale; la Flotta del Mar Nero a difesa delle acque e dei cieli di Sochi; brigate di cosacchi della Steppa – picchiatori professionisti – con il compito di garantire la sicurezza, e imporre, l’ordine pubblico nelle strade; silenti nell’ombra e onnipresenti i servizi segreti ex Kgb.

Gli ultras più temuti non sono londinesi ma provengono dalla società moscovita. I nipotini di Stalin hanno surclassato i maestri inglesi, nella classifica della stupidità. Ragazzi dell’era putiniana, inquadrati militarmente e politicizzati dalla testa ai piedi. Una generazione di tifosi violenti che al suo interno impone un codice di comportamento marcatamente edonistico.

Nella mappa dei fans incivili, presente al circo mediatico del Mondiale 2018, troviamo anche giovani palestrati delle periferie di Varsavia o Cracovia, teste rasate e indottrinati al fascismo, che alla classica zuffa da pub preferiscono mega risse nei boschi, chiamate ustawka (l’equivalente russo è lo Stenka nu Stenka). Ai Mondiali si presentano con gli stendardi del gruppo di Visegrad e delle politiche xenofobe.

Non meno pericolosi sono gli hooligans serbi e croati, che hanno rivestito un ruolo diretto nelle vicende della drammatica dissoluzione della Jugoslavia. Scoppiata anticipatamente nella furia degli stadi. Il calcio specchio di una società, quella dei Balcani, che era implosa irreparabilmente. Con la curva teatro del conflitto e le tifoserie fucine di sanguinari gruppi paramilitari, come le “Tigri” di Željio Ražnatović detto Arkan: il criminale serbo che arruolò la sua infamante milizia tra le fila dei tifosi della Stella Rossa Belgrado. Volontari che al termine del conflitto sono tornati ad occupare le curve, spadroneggiando in un mix malavitoso tra politica, spaccio e corruzione.

La rapida trasformazione delle città ex sovietiche ha finito per generare un interesse morboso per il calcio, elevato a valore identitario della società post comunista. Macchina di consenso elettorale, base con cui leader autoritari, da Putin a Orbàn, in questi anni hanno spesso flirtato. Un sodalizio ingombrante e imbarazzante. L’industria del calcio e i suoi derivati giocano in un’area assediata dal “centravanti” del Cremlino.

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