La ricetta di Cottarelli «Nel calcio non reggono le leggi del mercato Subito un tetto salariale»

Parla l’economista: «Fallito il tentativo di farne un’azienda Negli altri settori nessuno paga stipendi che non può permettersi» 
Gabriele De Stefani
L'economista Carlo Cottarelli ospite della trasmissione "Che tempo che fa" condotta su Rai1 da Fabio Fazio. Milano 3 Giugno 2018 ANSA / MATTEO BAZZI
L'economista Carlo Cottarelli ospite della trasmissione "Che tempo che fa" condotta su Rai1 da Fabio Fazio. Milano 3 Giugno 2018 ANSA / MATTEO BAZZI

l’intervista



«La nobiltà per diritto di nascita al posto del merito. Volevano riportarci a prima della Rivoluzione francese, ma hanno fatto male i calcoli, perché i tifosi, che poi sono i loro clienti, vogliono altro. Il libero mercato nel calcio non funziona». A dirlo non è un nostalgico dei tempi della radiolina e di «Tutto il calcio minuto per minuto», ma Carlo Cottarelli, che in vita sua è stato direttore esecutivo del board del Fondo monetario internazionale. In testa ha un modello diverso di calcio, a cui sta lavorando con Interspac, l’associazione con cui sogna di fare della sua Inter il primo grande club italiano ad azionariato almeno in parte popolare.

Che idea si è fatto del progetto Super Lega?

«Un atto arrogante da parte di club che pensavano di controllare il calcio a loro piacimento, senza fare nessuna altra considerazione. Né emozionale, né culturale. E direi nemmeno economica: la reazione popolare che si è scatenata ci dice che a non volere quel prodotto è prima di tutti chi avrebbe poi dovuto acquistarlo. Se cent’anni fa avessimo fatto la Super Lega, ora vedremmo ogni settimana Genoa-Pro Vercelli».

Il calcio però sta implodendo. Florentino Perez, presidente del Real Madrid, dice che non c’è tempo per una riforma che parta fra tre anni: non ci arrivano vivi. E dice che i giovani chiedono grandi eventi e non sanno cosa siano i campanilismi.

«Il tema generazionale c’è, del resto i giovani hanno meno ricordi. Ma se ogni settimana offri Milan-Real, dopo un po’ si stancano anche loro. Quindi il tema è ridisegnare il sistema. Ma una risposta che scontenta la stragrande maggioranza dei tifosi è evidentemente inefficace».

E come si ridisegna un settore così particolare?

«C’è un problema congiunturale, il Covid. E poi c’è quello strutturale. Il calcio da sempre perde soldi e vive grazie ai mecenati che però non bastano più. Io credo che l’urgenza sia il tetto salariale per i giocatori».

Tutte operazioni difficili se comandano gli agenti. Lo scorso anno i due procuratori più importanti, Jorge Mendes e Mino Raiola, hanno intascato quasi 200 milioni di dollari secondo Forbes. Non producono valore, anzi ne sottraggono, e spingono gli stipendi a livelli insostenibili. A chi tocca limitarli?

«Vede perché nel calcio il libero mercato non regge e il tentativo di trasformarlo in un’azienda come le altre è fallito? In qualunque altro settore, nessuna aziende pagherebbe stipendi che non può permettersi: altrimenti secondo un principio di mercato fallirebbe, cosa che invece nel calcio non accade. Qui subentrano la passione, il sogno di vincere e acquistare le star. E così si accumulano i debiti. Per questo il calcio deve darsi delle regole: tetto agli stipendi e alle commissioni degli agenti. E scommettere sull’azionariato popolare».

Andrea Agnelli nei mesi scorsi aveva detto: «La Serie A deve affidarsi a fondi di investimento privati perché noi dirigenti abbiamo fallito».

«Il modello da copiare c’è: il Bayern Monaco vince e ha i conti in ordine. Non a caso non è a fine di lucro e non ha una proprietà americana che bada al profitto come quasi tutti i promotori della Super Lega. Il Bayern è controllato dai tifosi attraverso l’azionariato popolare: è la strada per tenere insieme gli aspetti emozionali e la sostenibilità. Il mecenate da solo non ce la fa più, allora facciamo comandare davvero i tifosi».

Real Madrid e Barcellona hanno l’azionariato popolare eppure sono a pezzi.

«Oltre ai modelli conta chi li gestisce: Perez, ad esempio, ha alimentato la corsa degli stipendi anziché governare il club in modo virtuoso».

In questi giorni Uefa e Fifa hanno imbracciato la bandiera del «calcio dei tifosi» contro quello del profitto. Il pulpito da cui viene la predica non è credibile: sono due organizzazioni ricchissime, attraversate dagli scandali, vivono grazie agli investimenti dei club e giocano al tempo stesso da regolatrici e player del settore.

«Infatti il senso dell’operazione Super Lega mi sembra soprattutto un riequilibrio tra club, Fifa e Uefa. Ma dubito che il modo per ottenerlo sia un comunicato stampa a mezzanotte con cui si annuncia che si smonta l’impianto del calcio mondiale e l’eliminazione della meritocrazia».

Anche i governi di tutta Europa si sono messi di traverso. Perché?

«Non hanno nemmeno concordato una linea, è stato spontaneo. Era troppo evidente la distruzione di valori condivisi dall’opinione pubblica».

Un’industria europea da 30 miliardi sta saltando, i governi dovranno occuparsene oltre a dire «no».

«Andrà fatto, con spirito di collaborazione. Tutti devono rimettersi in discussione, a partire dai club per la gestione e dai calciatori per gli stipendi. Ma la lezione è chiara: il calcio è dei tifosi, senza di loro non si decide. Mia figlia tifa West Ham. L’inno dice: “I’m forever blowing bubbles”, cioè “soffio sempre bolle di sapone per aria”. Il calcio europeo è questo. Se pensi che sia un’azienda normale, vai a sbattere». —

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