Il procuratore Raseni: «Senza infortuni la Pallacanestro Trieste sarebbe più in alto»

Le parole dell’agente Fiba triestino di nascita: «Vedo un scollamento tra le aspettative molto alte del pubblico e le reali possibilità del gruppo»

Lorenzo Gatto
Il procuratore sportivo triestino Massimo Raseni
Il procuratore sportivo triestino Massimo Raseni

Non è mai facile analizzare la Pallacanestro Trieste con il distacco del professionista quando il cuore batte per l’Alabarda. Eppure, Massimo Raseni riesce a coniugare questi due mondi. Triestino di nascita, agente Fiba che dal 2002 gestisce atleti di alto livello, la sua visione offre una prospettiva privilegiata: quella di chi osserva da fuori, lontano dai rumori di fondo della piazza, ma con la competenza di chi conosce perfettamente le dinamiche del parquet e del mercato.

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In questa intervista, Raseni analizza il percorso tra campionato ed Europa, affrontando i temi caldi del momento: dagli infortuni alle critiche del pubblico, fino alle complessità di un mercato troppo spesso semplificato. Raseni, segue il basket triestino con l’occhio del professionista ma anche con il cuore di chi è nato a Trieste, pur vivendo oggi in Piemonte.

Raseni, in base alla sua esperienza, che lettura dai al campionato che sta disputando la Pallacanestro Trieste fino a questo momento?

«Classifica alla mano, Trieste occupa la posizione che le compete. Si potrebbe discutere del confronto con Tortona, che ha due sconfitte in meno, ma credo che il peso degli infortuni di lungo corso subiti dai giuliani sia stato superiore rispetto a quelli del Derthona. Davanti restano formazioni di un altro livello: Milano e Virtus Bologna sono fuori portata, mentre Venezia e Brescia dispongono di budget e roster decisamente superiori a quello triestino».

Guardando la classifica e il percorso della squadra, pensa che i punti raccolti rispecchino il reale valore del roster o ci sono degli aspetti che, a suo avviso, vengono spesso trascurati nelle analisi domenicali?

«Il gruppo è di indiscutibile qualità ma nel basket non sempre la somma algebrica dei talenti produce un risultato proporzionale. In ogni sport di squadra, l’addizione delle abilità individuali può non tradursi in un’esplosione di gioco: a prescindere dall’armonia dello spogliatoio, alcune caratteristiche tecniche possono semplicemente non incastrarsi al meglio. Credo che questa squadra sia nata sull’entusiasmo della passata stagione e che le aspettative sui nuovi innesti abbiano spinto tutti noi a sopravvalutare leggermente il potenziale collettivo. Tuttavia, i numeri parlano chiaro: siamo sesti in classifica, qualificati alle Final Eight di Coppa Italia e agli ottavi di Champions League».

La squadra ha dovuto fare i conti con assenze pesanti come quelle di Ross e Sissoko. Da addetto ai lavori, come valuta la reazione del gruppo a queste difficoltà? È una squadra che sta dando il massimo per quello che può in questo assetto?

«Pur non avendo visto ogni singola partita, l’impressione è che nessuno si tiri indietro: il gruppo dà il massimo. Contro Cantù ho visto una squadra viva, fatta di giocatori che si incitano e festeggiano i canestri dei compagni. Semplicemente, a volte le cose riescono meglio, altre meno. Non dimentichiamo però le attenuanti: perdere un professore del parquet come Jeff Brooks per settimane e giocare a lungo senza il centro titolare — probabilmente tra i migliori in Italia — e il playmaker è un handicap pesantissimo. Se a questo aggiungiamo l’impossibilità di allenarsi con continuità a causa delle trasferte europee, il quadro è chiaro: stanno facendo il massimo in condizioni d’emergenza».

Uno dei temi più caldi tra i tifosi è sempre il mercato. Spesso si invoca l’acquisto immediato, ma lei che opera nel settore sa che non è sempre così semplice. Ci spiega, tecnicamente, quali sono le maggiori criticità nel cercare un giocatore per un periodo limitato in questa fase della stagione?

«Il mercato è il sogno di ogni tifoso: si pensa sempre che un grande nome possa risolvere ogni problema come per magia. Ma la situazione di Trieste è estremamente complessa e poggia su tre vincoli oggettivi. Primo: i giocatori infortunati sono sotto contratto e rientreranno, il che impone di operare in extra-budget. Secondo: il limite dei visti per gli extracomunitari non permette margini d’errore. Terzo: la difficoltà di reperire profili validi disposti ad accettare contratti a termine. Un comunitario di livello, che già gioca e ha un posto garantito, difficilmente accetterebbe un “gettone” di due mesi sapendo che al rientro di Sissoko e Ross gli spazi si chiuderebbero. Intervenire sul mercato è molto più complicato di quanto si immagini».

Lei che hai il polso della situazione sia a Trieste che nel resto d’Italia, come percepisce il giudizio della piazza? Le sembra che ci sia un equilibrio corretto tra critica e sostegno, o nota delle discrasie rispetto a come viene vista la squadra dall’esterno?

«Tornare al PalaTrieste è sempre un piacere, ma durante l’ultima gara contro gli ungheresi ho provato un profondo senso di disagio nel sentire i fischi. È un diritto del pubblico, certo, e la prestazione non è stata brillante, ma l’impegno dei ragazzi è stato indiscutibile: hanno lottato fino alla fine. Credo che ci sia uno scollamento tra le aspettative altissime della piazza e le reali possibilità attuali del gruppo; questo porta a giudizi — talvolta anche mediatici — eccessivamente severi che non tengono conto del momento che la squadra sta attraversando».

In vista della seconda parte di stagione e del recupero degli infortunati, che cosa si augura per la Pallacanestro Trieste e quale messaggio si sentirebbe di dare all’ambiente per affrontare i prossimi mesi?

«Trieste è una squadra solida e competitiva, che finora ha dovuto fare i conti con una buona dose di sfortuna. Sono convinto che il margine di miglioramento sia ampio e che ci toglieremo grandi soddisfazioni. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare la dura lezione di Trapani: il mondo dello sport vive spesso al di sopra dei propri mezzi, sostenuto solo dalla passione di proprietari che investono per amore del territorio. Restare vicini alla squadra, specialmente nelle sconfitte, è l’unico modo per incoraggiare queste proprietà a proseguire nel loro impegno. Senza questo legame, il rischio che il progetto si interrompa, come accaduto in troppe altre realtà, diventa drammaticamente concreto».

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