Matteo nella storia Un italiano nel Tempio per la prima volta

Tennis, in 133 edizioni ottenuta solo una semifinale con Pietrangeli Domani la grande sfida a Djokovic per la conquista del titolo 
Stefano Semeraro

la storia



La paura era che fosse l’ultimo Wimbledon di Federer, la gioia di vedere il primo italiano in finale non era contemplata, pensabile, immaginabile, così d’improvviso – strana la vita – mancano le parole per dirla. Anche a Matteo Berrettini, l’uomo che ha compiuto l’impresa. «Le emozioni sono tante, troppe forse. E per quello faticano a uscire. Non posso neppure dire che è un sogno che diventa realtà, perché io sono abituato a sognare cose possibili. E questa onestamente non lo sembrava». Invece è tutto vero.

Matteo che all’una e mezzo entra sul Centre Court applauditissimo dal pubblico che inizia a stappare bottiglie di Pimm’s e di champagne quando il match è ancora fresco, ma Berrettini già caldo. Hubert Hurkacz, il polacco che ha messo in prepensionamento Federer, che va sotto due set – e nel secondo per 6-0, groggy come un avversario di Mike Tyson – che risorge nel tie-break del terzo, ma si deve arrendere nel quarto alle percussioni ferocemente razionali di Berettini. Perché Matteo serve come pochi, soprattutto sull’erba, e piazza il break decisivo in apertura del quarto set: proprio come i grandi. Come Federer (quello vero), Nadal, Djokovic, Murray, i tennisti alfa, gli squali da Slam. Un campione maturo, Matteo, e un erbivoro nato anche se fa strano dirselo in un Paese abituato a stare molto con i piedi per terra.

I due trionfi di Pietrangeli a Parigi (1959 e 1960, più le finali del ’61 e del ’64), quello di Panatta nel 1976, la vittoria di Francesca Schiavone nel 2010, le finali sempre della Schiavo (2011), di Sara Errani (2012) e quella archeologica di De Stefani nel ’32. Tutta roba vinta scommettendo sul rosso, il nostro azzardo congenito. Tanto che la finale all italian fra Pennetta e Vinci a New York, sul cemento esotico di Flushing Meadows, nel 2015 era sembrata un refuso felice.

Ma l’erba, quella no. Non avevamo mai osato sperarci, nonostante i successi under 18 di Nargiso e Quinzi, nonostante i quarti di un Panatta sciroccato e di un Sanguinetti in stato di grazia. «Anch’io ero stato qui da juniores – dice Matteo – e l’erba mi era sembrata una cosa folle. Mi ero chiesto se mai ci sarei tornato, in futuro, magari per giocare le qualificazioni. E adesso sono in finale, capite?». Con la testa, sì. Con la pancia ancora no.

Wimbledon era una galassia lontana, una favola straniera, una storia troppo diversa da noi. Troppi re, troppi te alle cinque, troppo Kipling, facile da citare ma complicato da applicare per i nipotini di Machiavelli e Guicciardini; troppe tradizioni e regole da rispettare, confini da non oltrepassare; e poi l’eterna paura di farci conoscere (anche se a grattare la vernice verde scopri che non siamo così diversi, noi e loro; e in fondo ai vialetti fioriti di begonie vedi un pizzico di Napoli). Non è un caso se su questi prati in 133 edizioni avevamo raccattato la miseria di una semifinale, 61anni fa, con Pietrangeli. Decenni in cui ci siamo sentiti sopportati, compatiti, mai veramente considerati, sfiorando anche eliminazioni di massa al primo turno. Poi bang. Matteo Berrettini. Che piace anche ai british perché è un po’ Mastroianni e un po’ Vialli, bello e tutt’altro che impossibile da amare, intonabile all’atmosfera del posto, italiano senza averne (troppo) l’aria; grintoso, educato, in possesso di un inglese quasi perfetto. Ieri hanno tifato quasi tutti per lui, sul Centre Court; per il bel Matteo che esorcizza la paura per la Nazionale di calcio che domani a Wembley sfiderà l’Inghilterra. Circola il sospetto che sia l’anno italiano, da queste parti, che stavolta non abbiamo sfidato la quarantena e la variante Delta solo per ammirare il British Museum e la National Gallery. A voi il tennis, a noi il pallone – con Beckham al solito elegantissimo nel Royal Box a fare da anello di congiunzione –, questa è l’idea, ma sorry, non funziona così. Anche perché di mezzo c’è un dettaglio di nome Novak Djokovic, il Cannibale che Wimbledon l’ha vinto già 5 volte e ieri ha fatto piangere – letteralmente – il giovane Shapovalov nella seconda semifinale. Nei quarti di Parigi Matteo lo ha portato al limite, l’amico Novak, se non ci fosse stata l’interruzione per il coprifuoco forse sarebbe riuscito a batterlo. Il Centre Court da anni è diventato casa Djokovic, ma per la prima volta abbiamo un serio candidato all’esproprio. Un Peter Pan con i riccioli pronto a trasportarci, a forza di sorrisi e prime di servizio, nell’Isola verde che per noi, fino a ieri, non c’era. —



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