Montano, l’argento e i saluti «Sono competitivo, ma stop»
la storia
INVIATO A TOKYO
La medaglia d’argento è leggera al collo di Aldo Montano. È un premio alla carriera, oltre che all’ultima, straordinaria apparizione in Nazionale. La storia finisce qui, con un secondo posto nella sciabola a squadre ai Giochi di Tokyo, la sua quinta Olimpiade. L’ultima. Esce di scena con il sorriso. Lui a Tokyo c’era venuto da panchinaro, da uomo in più per il carisma e l’esperienza, per fare spogliatoio. Giocare ed essere decisivo no, non era in conto.
I piani sono cambiati quando Luigi Samele, fresco vicecampione olimpico nell’individuale, si infortuna e deve abbandonare. Succede contro l’Ungheria in semifinale. Aldo entra in campo e trascina i suoi in finale, dove però la Corea si dimostrerà troppo forte (45-26 il risultato). «Ha fatto qualcosa che ricorderemo per sempre», lo benedice Paolo Azzi, presidente di Federscherma, sugli spalti per seguire l’incontro. Aldo è d’accordo, senza falsa modestia: «Mai avrei pensato di essere decisivo a 42 anni in una semifinale olimpica». Carriera infinita? «No, carriera finita». Ride. «È una gioia essere arrivato a Tokyo ancora competitivo. Chiudiamola qui».
Dietro l’allegria, però, velato dal tono scherzoso, nasconde un fondo di malinconia: «La vita è una ruota che gira, e la vita sportiva gira più in fretta, ma la mia è stata meravigliosa: 17 anni sono volati». Pausa. Guarda i suoi tre compagni di squadra Luca Curatoli, Enrico Berrè e Luigi Samele. «Loro sono giovani, ancora non lo sanno».
La vita di cui parla Montano comincia nel 2004, quando a sorpresa vince l’oro ad Atene 2004. Metterà in bacheca altre quattro medaglie: due di argento e due di bronzo. E intanto brucerà questa vita che è trascorsa in fretta, perché lui l’ha riempita di contenuti, sportivi e non. L’ha fatto con le ospitate a «Quelli che il calcio» di Simona Ventura, con il fidanzamento con Manuela Arcuri che lo ha portato sulle copertine dei rotocalchi, con il reality «La fattoria» dove si riservava un’ora al giorno per allenarsi. Malgrado le distrazioni non ha mai perduto la concentrazione sul lavoro e ha saputo conservare la propria professionalità in pedana. Nel 2017 è diventato papà di Olimpia, nata dal matrimonio con Olga Plakhina, nel febbraio scorso è nato Mario, stesso nome del nonno paterno. È un vezzo di famiglia ripetere gli stessi nomi della tradizione. Capostipite degli schermidori fu nonno Aldo, che si allenava con il sei volte olimpionico Nedo Nadi e vinse due medaglie d’oro a cavallo della Seconda guerra mondiale: a Berlino nel 1936 e a Londra del 1948. Papà Mario Aldo vinse un oro a Monaco 1972 e due argenti, uno a Montreal 1976 e uno a Mosca 1980. Zio Carlo fu protagonista di un argento a Montreal ‘76, l’altro zio Mario Tullio, oro a Monaco e argento a Montreal. Un terzo zio si chiama Tommaso, medaglia d’argento a Montreal. C’è stato un periodo negli Anni Settanta in cui una famiglia occupava pedane e podi: i Montano. L’ultimo Mario, quello nato pochi mesi fa, un giorno potremmo vederlo pure lui su una pedana a tirare di sciabola come papà. O magari sarà Olimpia la prima schermitrice dei Montano.
Certo, l’oro ieri sarebbe stato il finale perfetto di questa favola sportiva, che così lascia tutti felici e scontenti. Ma è solo un attimo. Curatoli ammette: «Lì per lì ero arrabbiato, poi sul podio mi è venuta la pelle d’oca». Montano approva: «Firmare per un risultato del genere alla vigilia? Hai voglia. Sul mio futuro lasciamo il punto interrogativo: ho tanti progetti e una famiglia da accudire».
L’unica certezza è l’addio alla Nazionale. Tokyo è stato il passo conclusivo. Era previsto così fin dall’inizio della trasferta giapponese, qualunque risultato fosse uscito dalla gara a squadre. Montano esce con stile, caso vuole nello stesso giorno di Federica Pellegrini. «Questi Giochi li ho aspettati un anno in più di quanto avevo previsto – conclude Montano prima di raggiungere l’uscita del Makuhari Messe, il palazzetto dello sport dedicato alla scherma – e ho sofferto perché ho tanti problemi fisici. È stato un anno complicato, ma ne è valsa la pena». —
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