Pallacanestro Trieste, un’Europa sempre più lontana
L’imbarcata con Gran Canaria complica il cammino di Trieste. Ma pesa di più la cronica mancanza d’identità dei biancorossi

La porta è ancora aperta, d’accordo. La matematica, fredda come una giornata di Bora in pieno inverno, dice che i quarti di finale di Basketball Champions League non sono ancora un capitolo chiuso.
Ma la sconfitta interna contro Gran Canaria nella prima gara di ritorno della Round of 16 ha un sapore amaro. La qualificazione oggi è una salita durissima, un sentiero impervio che costringerà la formazione di Israel Gonzalez a un marzo da funamboli: prima la missione obbligatoria a Praga, mercoledì 11, per espugnare il campo del Nymburk, e poi il tentativo di replica martedì 17 tra le mura amiche contro Tenerife. Due vittorie, questo è il prezzo del biglietto per continuare a sperare. Il problema, però, non è solo aritmetico.
Ciò che preoccupa davvero è la sensazione di un gruppo che peggiora invece di migliorare. Lo avevamo sussurrato qualche tempo fa, quasi con timore: le vittorie sofferte contro Cantù e Treviso non erano segnali di solidità, ma sintomi di una politica del “minimo indispensabile” che raramente paga quando l’asticella si alza.
Speculare su quei successi risicati ha fatto più male che bene. Il campanello d’allarme aveva suonato, nell’ambiente si è preferito ignorarne il rintocco, cullandosi in una classifica che sorrideva ancora. Appena il livello della competizione è salito, però, i limiti sono emersi con prepotenza.
Trieste appare oggi una squadra col fiato corto, non tanto nei polmoni quanto nelle idee e nella tenuta mentale. Certo, i risultati tengono ancora tutto in gioco – dai quarti di Bcl alla Coppa Italia, fino al posizionamento playoff in campionato – ma la domanda che la società deve porsi ora è onesta quanto brutale: dove si può arrivare continuando a giocare così?
Una squadra che a febbraio si presenta ancora senza un’identità definita, priva di segni di crescita tangibili e incapace di reagire alle avversità, non può più invocare la stanchezza o la sfortuna per qualche infortunio. Le responsabilità, a questo punto della stagione, sono nette e delineate.
Se i giocatori sono indubbiamente i primi a scendere in campo, le recenti dichiarazioni di coach Gonzalez lasciano poco spazio alle interpretazioni. Quel tono dimesso e l’ammissione di “non essere stato capace di trasmettere ai giocatori l’importanza della partita” suonano come una resa. Una pubblica ammissione di colpa che fotografa una situazione d’emergenza: se il timoniere dichiara di non riuscire più a farsi seguire dalla ciurma, il rischio di naufragio diventa certezza.
Per mesi il mantra è stato “serve pazienza”: il tempo avrebbe limato le imperfezioni. La realtà, però, ha smentito le rotte tracciate a tavolino. La crescita non c’è stata e il potenziale è rimasto un concetto astratto, confinato nelle slide pre stagionali.
Di fronte a questo scenario, l’immobilismo della società appare incomprensibile. Si può davvero pensare che, lasciando tutto inalterato, la situazione potrà cambiare?
Non è più tempo di guardarsi indietro, ma di guardare avanti con determinazione. Gli sforzi economici sostenuti meritano di essere valorizzati da una risposta decisa sul campo.
Serve una scintilla che riaccenda l’entusiasmo e trasformi l’attuale attesa in un’azione energica e consapevole. —
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