Paltrinieri, impresa in vasca Dalla malattia all’argento
La storia
INVIATA A TOKYO
L’altro lato della medaglia si chiama Gregorio Paltrinieri e mentre mezza Olimpiade si chiede quando sia sano mollare, lui vince un argento impossibile perché decide di andare avanti. Contro ogni logica.
Per capire il peso della medaglia in questi 800 spavaldi metri chiusi in 7’42”11 dietro l’americano Finke (7’41”87), bisogna guardarla da lontano. Siamo a Piombino, a metà giugno e Paltrinieri ha scoperto di avere la mononucleosi due settimane prima: non sta bene, è fiacco, ha ondate di febbre, dovrebbe nuotare ma non ce la fa e i suoi genitori vanno a trovarlo, come da programma, e non lo vedono quasi mai perché lui passa tutto il tempo a letto. «Non riuscivo a mangiare, non riuscivo a parlare, avevo le placche in gola. Mi hanno visto nel down più totale e non hanno mai smesso di dirmi che ce la potevo fare. A furia di sentirlo ripetere ho pensato “magari hanno ragione”». I signori Paltrinieri erano ottimisti senza alcun motivo, scelta di vita: il padre gestisce una piscina a Carpi e come tutte le altre è stata chiusa quasi tutto il tempo in questo ultimo anno e mezzo, sanno che cosa vuol dire insistere. Paltrinieri non ha nuotato bene, non ha distribuito le energie, ha fatto saltare gli avversari e li ha mandati fuori giri. Non si può nemmeno chiamare tattica: «Non avevo l’idea di poter fare quello che mi è riuscito fino a che non ci ho provato. Ho deciso di essere più della malattia, di avere altro».
Mentre la ginnasta americana Biles ci dice che è lecito fermarci e scrive «io mi sento molto più della somma delle mie medaglie», Paltrinieri percorre la strada opposta e lo fa senza calcoli perché non ne ha nessuno a disposizione, senza certezze perché l’energia che ha messo insieme potrebbe pure scemare a metà gara, ma i suoi dubbi sono anche quelli di chi nuota nelle altre corsie e qui sta il capolavoro. Lui tira da subito e dietro si aspettano che muoia presto. Sanno tutti che è stato male e soprattutto lo hanno visto entrare «per un pelo» in finale e non bluffava di certo. Eppure scatta, strappa, allunga, in una nuotata che si fa sempre più improbabile e resiste contro ogni probabilità. Nell’ultima vasca, con l’anima tra i denti, viene superato dall’americano ma resiste a Romanchuk, terzo, ci mette solo cuore: «Il fisico poteva pure non tenermi, ma la mia forza interiore è più definita dei muscoli». Quelli contano, ai Giochi non si può improvvisare ma nemmeno cedere alla schiavitù del controllo. Dressel, subito dopo essersi aggiudicato i 100 stile libero, ha confessato di non sentire da giorni la moglie, appena sposata, perché è troppo emotivo, quelle telefonate lo spiazzerebbero. Paltrinieri racconta di aver letto invece ogni messaggio di incitamento e imparato che le vie per arrivare al podio sono infinite. Dipende dalla voglia che hai di salirci e dal lavoro che hai fatto per arrivarci e non conta solo quello studiato degli ultimi mesi: «Lo sapevo che mi venivano a prendere, ho tenuto duro». E una volta toccato ha capito che l’oro di Rio, sempre meraviglioso, ancora da difendere nei 1500 metri, era così studiato da non riempire, «me lo ero pregustato troppo, era come se lo dovessi vincere e quando è successo è stato il compimento di un obbligo, una soddisfazione certo, ma non la gioia che mi è esplosa dentro qui. Non ero favorito e non ero atteso e me la sono goduta».
Paltrinieri ha ascoltato le parole di Biles e provato a interpretare quelle di Osaka, anche lui si è sentito svuotato dopo il successo, solo che non ha mai smesso di inventarsi motivazioni, di esplorare e ritrovare spinte. Il viaggio in Australia, il bisogno di espandersi nelle acque libere, il cambio di allenatore, tutto per scrollarsi di dosso le aspettative, «sono una brutta bestia, si prendono gioco di te. Ma la chiave ce l’abbiamo noi». Biles ha aperto la porta e se ne è andata, lui si è chiuso dentro la piscina e si è barricato lì: «Facciamo tutti sport perché ci piace farlo». Sì, ma non tutti hanno il coraggio di Paltrinieri.
Non esiste una via predefinita, molti protagonisti dei Giochi hanno applaudito la tempra che serve per il rifiuto. Non è vero che non ci sono limiti, lo sport tenta di scardinarli di continuo, però non può pretendere per slogan di imporre la straordinarietà come obiettivo. Le imprese possono uscire dai diari di allenamento, come succedeva a Mennea, che annotava ogni variazione, ogni ripetuta e possono pure arrivare nuotando storti alla meta. —
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