TENDENZA MANCINI

Sarà l’Inghilterra a sfidare l’Italia: il ct vuole il titolo nello stadio che gli ha segnato la carriera «Ma che musica maestro», il tweet omaggio alla Carrà per festeggiare la vittoria con la Spagna
Paolo Brusorio



INVIATO A LONDRA

Quando Roberto Mancini dice che «non è ancora finita» non serve scomodare Yogi Berra per capire il significato delle parole del commissario tecnico azzurro. Pronunciata nella travolgente notte di Wembley, a Spagna battuta dopo una fatica immane, la frase ci dice quanto il volto più amato dagli italiani, dopo trentatré gare senza sconfitte potrebbe chiedere una stanza al Quirinale e se vince il titolo pure il Quirinale intero, faccia dell’ottimismo il motore delle sue idee.

Idee che ci hanno portato fino a Wembley per l’ultimo giro di un ballo che dall’11 giugno ci ha fatto perdere la testa, ma non l’equilibrio. “Ma che musica maestro” twitta il commissario tecnico in un evidente omaggio Nazional popolare a Raffaella Carrà, lui che del popolo è diventato simbolo per il ruolo che occupa, lui così apparentemente freddo e distaccato, lui così smaccatamente cool anche quando ha gli occhi fuori dalle orbite come l’altra notte a Wembley.

Un sondaggio l’ha eletto il più sexy allenatore dell’Europeo davanti proprio a Luis Enrique e per quanto conti, cioè nulla, ai fini della vittoria finale ci rende l’idea di che piega abbia preso la sua campagna d’Europa.

il manifesto programmatico

«Dobbiamo imparare a tenere i novanta minuti, ma siamo riusciti ad arrivare al tiro più volte e a giocare velocemente», disse all’esordio sulla panchina azzurra, era una fresca sera di San Gallo e l’Italia de-mondializzata aveva appena battuto l’Arabia Saudita. A leggerlo ora, il manifesto programmatico della sua gestione, divertirsi e attaccare. A costo di rischiare. Con la Spagna per la prima volta è stato messo in difficoltà da Luis Enrique che senza il centravanti ha un po’ ingarbugliato i nostri piani.

Adesso gli tocca un’avversaria più classica, l’Inghilterra e sfidarla a casa loro ha un sapore del tutto particolare. Lì dentro, in quello stadio ancora non sberluccicante, con le torri a fare da simbolo prima che lo divenisse l’arco, ecco lì dentro lui ci ha perso una finale di coppa dei campioni, era il ’92 con la Sampdoria. Poi ha vinto una coppa d’Inghilterra con il Manchester City, ma qui lo stadio dell’Impero era già diventato un’astronave. Lo chiamavano Mancity, da quanto si erano messi nelle sue mani, avvinti dal suo carisma, avvolti nelle sue sciarpe. Quando la Lazio, è il 1998, si quota in Borsa lui diventa testimonial dell’operazione: bastone e bombetta. La City prima del City. Insomma ha l’Inghilterra nel destino e giocarsi qui il titolo europeo carica di suggestione la grande attesa.

Ha una squadra dalla sua a parte e non solo perché ne è il commissario tecnico. Li ha convinti strada facendo che fossero su quella giusta. Non ha lasciato indietro nessuno, Bernardeschi solo per fare un esempio di chi nel club di appartenenza ha fatto poco più che la comparsa, e quando ha dovuto scegliere i 25 non si è fatto scrupoli a lasciare a casa uno come Moise Kean che oggi in questo problematico alternarsi di centravanti, sarebbe stato più che utile.

Ma per stare nel gruppo, bisogna rispettarlo e Kean con la sua indolenza non l’aveva fatto. Il gruppo guidato da un solista, l’Italia è risorta con l’unione di due opposti. Ora ci tocca l’ultimo ostacolo per trasformare la scalinata di Wembley in un tappeto rosso. E sarà lui, Roberto Mancini, a guidare il cast di successo. —

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