Il caso Mladić trafigge i Balcani: tensioni tra Ue, Serbia e Bosnia dopo i funerali

Durissima reazione da Sarajevo: espulsi due diplomatici serbi e ritirata gran parte dello staff dell’ambasciata a Belgrado. La presidente della Commissione europea Von der Leyen: «La Serbia contraddice i valori fondanti del suo percorso verso l’Ue»

Stefano Giantin

Niente onori di Stato nel senso proprio del termine, col presidente Aleksandar Vučić che ha dato forfait per la visita dell’omologo uzbeko a Belgrado. Ma quelli religiosi, patriarca in testa e militari, non sono mancati.

Alle esequie hanno partecipato anche ospiti illustri, in testa sei ministri del governo in carica. E soprattutto erano presenti migliaia di persone di ogni età – poco più di 16mila secondo gli esperti dell’Arhiv Javnih Skupova - che hanno deciso di scortare il loro eroe nell’ultimo viaggio accorrendo in massa al funerale di Ratko Mladić.

Quel funerale si sta trasformando in un pesante boomerang per le autorità al potere in Serbia, perché le scene viste a Belgrado si possono definire con un aggettivo: «scioccanti». È questo il termine usato ieri dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen e dal numero uno del Consiglio europeo, Antonio Costa, che hanno stigmatizzato gli onori resi a Mladić in quella Serbia che sulla carta mira sempre alla Ue.

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Mladić, l’ex generale serbo-bosniaco, «era un criminale di guerra condannato, responsabile di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, è morto mentre scontava una pena all’ergastolo», hanno ricordato Von der Leyen e Costa. E dunque quegli «elementi di sostegno ufficiale e la presenza di alti funzionari serbi ai funerali» è «profondamente deplorevole».

Lo è, così i leader Ue, perché l’atteggiamento delle autorità al potere a Belgrado dimostra il «fallimento nel fare i conti con un capitolo oscuro della storia recente dell’Europa». E soprattutto «contraddice i valori alla base del percorso della Serbia verso l’Ue».

«La glorificazione pubblica concessa a un criminale di guerra condannato a Belgrado è un affronto alla memoria delle vittime», ha fatto eco l’Alta rappresentante Ue agli Esteri, Kaja Kallas. Le parole di Kallas, Costa e von der Leyen sono state seguite e rafforzate dall’ammonimento di un portavoce della Commissione che ha anticipato che l’apertura del cluster 3 nei negoziati con la Serbia, congelata da più di due anni, potrebbe essere ulteriormente posticipata: Bruxelles «dovrà tener conto degli ultimi sviluppi politici a cui abbiamo assistito».

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Le bacchettate della Ue sono arrivate dopo che Bruxelles aveva mantenuto un profilo iniziale basso, sottolineando solo che i funerali di Mladić erano stati organizzati «senza onori di Stato», aveva sostenuto, provocando generale disappunto, la portavoce Ue, Paula Pinho.

Posizione che aveva fatto infuriare in particolare un Paese membro dell’Ue, la Croazia, il cui premier Andrej Plenković aveva definito «insufficiente» la reazione europea.

«Abbiamo visto un tentativo delle autorità ufficiali di fare in modo che non ci fosse una presenza formale» dello Stato, «mi riferisco al presidente, al primo ministro e alla presidente del Parlamento», ma al funerale di Mladić c’erano «molti ministri presenti».

E «glorificare un criminale di guerra è totalmente incompatibile con i valori europei», ha sottolineato da parte sua il ministro degli Esteri croato, Grlić Radman: una posizione speculare a quella già espressa dalla Slovenia; mentre il presidente del Parlamento, Jandroković, ha stigmatizzato le politiche di Belgrado, parlando di «revisionismo storico, propaganda incendiaria e riarmo».

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La salma di Mladic arrivata a Belgrado (foto Epa)

Sulle barricate dopo i funerali di Mladić a Belgrado, com’era nelle attese, anche metàBosnia-Erzegovina, Paese profondamente lacerato, dove gli onori all’ex generale hanno riaperto dolorose ferite, in particolare tra i bosgnacchi. Mentre umori opposti sono stati registrati in Republika Srpska.

A reagire, da Sarajevo, è stato il ministro degli Interni della Federazione bosgnacco-croata, Ramo Isak, che si è spinto a evocare un «fronte comune» tra Bosnia, Croazia, Kosovo e Montenegro contro il nazionalismo serbo che starebbe generando nuovamente «problemi di sicurezza» nella regione.

Durissimo anche il ministro degli Esteri bosniaco, Elmedin Konaković, che ha annunciato, come risposta al trattamento riservato dalla Serbia al “boia di Srebrenica” — a suo dire superamento di «tutte le linee rosse» — di aver ordinato il ritiro della gran parte dello staff dell’ambasciata bosniaca a Belgrado. Esclusi il console e l’ambasciatore Aleksandar Vranješ, la cui eventuale rimozione competerebbe alla presidenza tripartita e non al ministero degli Esteri.

Vranješ, che ha contestato la decisione di Konaković, aveva partecipato ai funerali di Mladić.«Se ne avessi l’autorità interromperei tutte le relazioni diplomatiche con la Serbia», ha detto Konaković. Che ieri ha ordinato l’espulsione dalla Bosnia di due diplomatici dell’ambasciata serba a Sarajevo, l’attaché militare e un consigliere per la sicurezza, dichiarate persone non grate. Dovranno lasciare la Bosnia «entro 48 ore», dopo essere stati accusati da Konaković di «ingerenze» indebite negli affari interni del Paese balcanico.

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