Da orfano di guerra a “boia di Srebrenica”: chi era Ratko Mladic, l’uomo che divide ancora i Balcani
Storia di un orfano diventato comandante spietato: i massacri, i 16 anni di latitanza e l'ultimo desiderio di essere sepolto accanto alla figlia a Belgrado

Due campane risuonano in maniera dissonante, in un torrido pomeriggio balcanico, accolte come una liberazione non da pochi, nei luoghi dei suoi crimini: Sarajevo, Prijedor, Foča, Vlasenica, Zvornik, Goražde, Srebrenica. E suscitando commozione in altri, in Serbia e in Republika Srpska. E una notizia, di certo storica, diventa oggetto di letture opposte, com’era da metter in conto.
Notizia che arriva prima dalla Tv serba e poi dai tabloid filogovernativi di Belgrado, che annunciano a lutto «la morte del generale», ricordando le gesta del «comandante eterno».
I media a Sarajevo, nel cuore di quella Bosnia lacerata dalla guerra di più di trent’anni fa, che ancora piange centomila morti, annunciano invece all’unisono la scomparsa del «criminale di guerra» per eccellenza.
Sono le due letture, nei Balcani, sul decesso di Ratko Mladić, per tanti il “boia di Srebrenica”, per alcuni ancora un eroe. È uno dei tristi lasciti di una figura che ancora divide. Lo si comprende passeggiando per Belgrado, dove non è raro vedere sui muri il ritratto stilizzato di Mladić, dipinto in blu con lo spray, a firma di frange – va detto, sempre più sparute – di ultranazionalisti. O leggere il «grazie a tua madre» che ti ha dato la vita, una scritta su dei poster affissi a Novi Sad, a luglio, nei giorni dell’anniversario del genocidio di Srebrenica.
Orfano di guerra, soldato, macellaio
Ma chi era, Mladić? Nella sua prima vita, un semplice orfano di guerra, nato a Kalinovik, oggi in Republika Srpska, nel 1942 o 1943, a seconda delle fonti. Il padre partigiano cadde in un’azione contro gli ustascia di Ante Pavelić, quando Ratko – che vuol dire guerriero, forse il destino aveva visto giusto – aveva solo due anni.
Appena maggiorenne, venne spedito all’Accademia militare dell’Esercito federale jugoslavo, la Jna, dove venne cresciuto a pane, disciplina e armi. E fece una rapida e brillante carriera, in tasca la tessera della Lega dei comunisti, prima da ufficiale a Skopje e a Pristina, poi scalando rapidamente le gerarchie e ottenendo il grado di generale nel 1992, mentre la Bosnia, che fu la scena-chiave dei suoi delitti, precipitava nel conflitto.
Ma già a Knin, nel 1991, si era meritato il titolo di “macellaio”, facendo anche bombardare Zara. Era ormai iniziata la sua seconda, triste vita da soldato senza pietà, ma amatissimo dai suoi uomini.
Prima Sarajevo, poi Srebrenica
Lo si vide sulle alture sopra la Sarajevo assediata, dove il comandante dell’esercito serbo-bosniaco assicurò di volerla «distruggere dalle fondamenta». E di far «esplodere il cervello» ai suoi abitanti, gente di città, circondata da soldataglia in gran parte proveniente dalle montagne e dalla provincia profonda.
Lo si vide poi a Srebrenica, quando la cittadina era ancora solo circondata dai serbo-bosniaci e Mladić affermava che «il gregge è stato spinto nel recinto, ora bisogna sparare sulla carne viva». Quando, nel luglio 1995, entrò alla testa delle sue truppe nell’enclave mai protetta dai caschi blu, disse invece che «era venuto il tempo della vendetta contro i turchi». Ma ai civili, invece, giurava di «non avere paura», perché «nessuno vi farà del male».
Il suicidio della figlia Ana
Crimini, quelli di Mladić, che costarono la vita a migliaia di persone. E pure lutti indiretti in famiglia. Mladić non si riprese mai dal suicidio dell’amatissima figlia Ana, 23 anni. Si mormora che la giovane si fosse tolta la vita perché non sopportava più di sentir chiamare boia il padre. Ma Ljiljana Bulatovic, biografa, a questo giornale aveva svelato che Mladić riteneva che la figlia fosse stata uccisa.
L’arresto, la cattura, il processo
Nel 1995, scatta il mandato d’arresto internazionale per Mladić e il suo sodale Radovan Karadžić. Il generale fa spallucce – si dice super-protetto da segmenti degli apparati del potere e dall’esercito – e fino alla caduta di Milošević veniva visto spesso a passeggio in città, in ristorante, a giocare a tennis o allo stadio. In seguito, la vera latitanza, conclusa solo nel 2011, quando viene catturato in un villaggio sperduto in Vojvodina, a Lazarevo. Poi spedito all’Aja, processato e condannato, come il suo compare di pulizia etnica Karadžić.
Giovedì 27 agosto, l’ultimo atto. Nei prossimi giorni, la sepoltura. L’ultimo desiderio di Mladić era quello di poter piangere sulla tomba della figlia, da vivo. Dovrebbe essere inumato accanto a lei, nel cimitero di Topčider, a Belgrado.
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