In aula l’orrore di Srebrenica ma il processo Mladic si ferma

L’accusa del Tribunale internazionale mostra video e foto per dimostrare la responsabilità personale del “Napoleone dei Balcani”. Ci sono intoppi giuridici
Di Stefano Giantin
Il cimitero memoriale di Potocari, presso Srebrenica. EPA/FEHIM DEMIR
Il cimitero memoriale di Potocari, presso Srebrenica. EPA/FEHIM DEMIR

BELGRADO. Il secondo giorno è quello di Srebrenica e dei colpi di scena giuridici. Gli spettri dei liquidati perché “non serbi”, dei fantasmi degli 8mila maschi musulmani sterminati, si sono prepotentemente materializzati nell’aula del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia (Tpi), dove continua il processo per genocidio e crimini di guerra contro Ratko Mladic.

Spettri apparsi attraverso le macabre foto delle fosse comuni scoperte nei pressi della “safe area”, protetta solo sulla carta dall’Onu. Le immagini mostrate alla Corte dall’accusa hanno gelato la sala. Molti cadaveri avevano le mani legate dietro la schiena, gli occhi bendati a riprova che «erano dei prigionieri e che non furono uccisi in combattimento», ha sottolineato il procuratore Peter McCloskey, che ieri ha monopolizzato gran parte dell’udienza. Monopolizzato raccontando l’orrore della caduta di Srebrenica e delineando il ruolo di Mladic nelle mattanze. «Questo processo si focalizzerà su un tema: la responsabilità individuale di Ratko Mladic» ha anticipato McCloskey, rimarcando che le colpe del generale saranno provate anche grazie alle testimonianze di alcuni suoi sottoposti, ciechi esecutori. C’erano soldati e ufficiali dell’esercito serbo-bosniaco (Vrs) – non paramilitari -, su cui lui contava e che come automi compirono le carneficine. Non facevano parte di «un’armata fuori controllo, perché solo un esercito disciplinato poteva eliminare più di 7mila uomini con efficienza militare, catturando, detenendo, trasportando e annientando le vittime per poi seppellirle in fosse comuni» ha puntualizzato il procuratore. Procuratore che ha utilizzato carte militari, «documenti ufficiali della Vrs» e «intercettazioni radio» per raccontare lo svolgersi dell’eccidio ma soprattutto foto e film che hanno scioccato la platea. Film sul meeting tra Mladic e il balbettante colonnello Thomas Karremans, comandante del contingente di caschi blu di Amsterdam, umiliato dal generale. L’imputato sorride e applaude ripensando alla scena, all’inazione del Battaglione olandese che era una «bomba a orologeria» creata dall’Onu, con troppo poche truppe male armate, ha ammesso McCloskey. Poi un video sull’entrata di Mladic a Srebrenica, l’11 luglio ‘95 e le sue parole: «Il tempo della vendetta contro i turchi è giunto». Poi una mappa preparatoria dell’attacco contro Srebrenica, autografata da Mladic, sulla quale il generale aggiunse un commento a penna, a operazione compiuta: «Finito. Questo era serbo e ora è serbo». Infine, altri orribili immagini, non inedite.

Un padre, catturato dalla Vrs vicino a Srebrenica, che chiama a gran voce il figlio. Gli chiede di uscire dalla foresta in cui si è nascosto e di arrendersi ai serbi. Assicura – sotto minaccia - che non sarà loro torto un capello. Verranno entrambi uccisi. Poi quello dei minuti successivi a una delle stragi, registrato da un’auto in corsa di fronte a un capannone a Kravica. Musica dalla radio, poi colpi d’arma da fuoco, una massa informe di uomini, a terra. Infine, un «video che aiuta a guardare nella mente di Mladic», spiega l’accusa. La pellicola lo ritrae mentre parla a donne e anziani musulmani, seduti dentro un pullman che li sta “sgomberando” dall’enclave di Zepa. «Sono il generale Mladic. Vi auguriamo buon viaggio e arrivederci. Chi fra di voi può ancora combattere non torni al fronte, perché non ci sarà più perdono. Vi sto dando la vostra vita in regalo» disse. Loro, terrorizzati, ringraziano a testa bassa. Sperano di essere scampati per sempre al «genocidio bosniaco, che non dobbiamo mai dimenticare». Che non poteva avere luogo «senza un preciso ordine di Mladic» ha rincarato l’accusa. Lo proveremo, hanno promesso i procuratori, «daremo al popolo della Bosnia la verità su ciò che Mladic ha fatto». Per farlo, ci vorrà più tempo del previsto. A conclusione dell’udienza il giudice Alphons Orie ha infatti rinviato «sine die» il processo a causa delle involontarie «serie omissioni» dell’accusa, che non ha fornito ai legali del generale, nei termini previsti, 7mila pagine di prove, gettando ombre sul funzionamento della giustizia internazionale e fornendo alibi ai complottisti anti-Tpi. Il processo rischia ora uno stop fino a sei mesi.

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