Il nuovo romanzo di Villalta

di Alessandro Mezzena Lona
I ricordi sono un artificio che aiuta a vivere. Perché si modificano, si adattano allo scorrere del tempo. Mutano in base ai desideri, alle assenze, ai rimpianti. Se poi qualcuno tenta di trasformarli in materia narrativa, in un romanzo, allora finiscono per raccontare verità laterali. Sguardi possibili, versioni intelocutorie.
Una di queste verità laterali capita sotto gli occhi di Guido. Lui fa l’insegnante, ma da un po’ di tempo collabora con una casa editrice di Pordenone. E da lettore di professione, da editor, si imbatte in un romanzo che gli arriva in un plico con la scritta “Spedisce Sergio Casagrande”. Quel nome gli scatena dentro una tempesta di emozioni. Perché riporta sulla ribalta dei ricordi un ragazzino. Un suo amico d’infanzia, che forse aveva dimenticato da tanto.
Da qui prende le mosse il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta. Intitolato “Alla fine di un’infanzia felice” (pagg. 228, euro 19), arriva oggi nelle librerie pubblicato da Mondadori. E ripropone il poeta friulano, direttore artistico di Pordenonelegge, vincitore del Premio Viareggio 2010 con “Vanità della mente”, nella veste di narratore. Dopo “Tuo Figlio” e “Vita della mia vita”, usciti nel 2004 e nel 2006. E dopo il pamphlet “Padroni a casa nostra” del 2009.
Da sempre, Villalta cerca i suoi personaggi nella penombra della vita. Nella quotidianità di giornate che non possono attirare l’attenzione di chi le guarda da lontano. Ed è lì che trova Guido e Sergio, figli di profughi istriani scappati dalla Jugoslavia di Tito per andare a vivere nella campagna attorno a San Quirino. In una terra rigogliosa e arida al tenpo stesso. Piena di suggestioni, ma con pochissima gente in giro. Che confina con il deserto dei magredi, dove il mondo sembra arrivare alla fine del mondo.
I due ragazzi crescono vivendo storie parallele. Guido è più guascone, più libero, ha la moto, esercita la sua forza fisica e psicologica. Sergio lo vorrebbe prendere a modello, ma non si vuole esporre più di tanto. Per non farsi prendere in giro. Per non recitare la parte del bambinetto.
A intorbidire l’amicizia tra loro c’è l’ambigua simpatia che lega il padre di Guido, uno di quegli uomini che non possono fare a meno di corteggiare tutte le donne che capitano a tiro, e la madre di Sergio, troppo bella e fine per seppellire le sue giornate dentro minuscole incombenze: campi da arare, fieno da raccogliere, pranzi e cene da cucinare.
L’editor Guido, via via che si addentra nel romanzo di Sergio, si ritrova davanti agli occhi tutto questo. Il ricordo di suo zio, il profumo delle notti in campagna, le liti furiose tra chi dava del fascista ai profughi istriani e chi non sopportava proprio i comunisti. E recupera dai corridoi della memoria anche la figura di suo fratello, un bambino che non parlava mai, che portava dentro gli occhi un vuoto infinito. E che, secondo la versione del romanzo, a un certo punto sarà vittima di un incidente. Ma com’è andata veramente?
Le versioni non coincidono. I ricordi di Guido dicono tutt’altro. Il libro, invece, si muove su una strada palallela. Fino a qui, nessun problema: la vita è vita, la letteratura la reinventa. Il gioco si fa complicato quando la narrazione molla la via dei ricordi e propone un salto temporale. Sergio mette in scena se stesso, il suo amore adulterino con Lucia, collega di lavoro, moglie infelice, amante enigmatica.
Guido procede con sempre maggior fastidio nella lettura del libro. Anche perché lui sa che Sergio sta barando. Da anni, infatti, è in contatto con la madre del suo amico d’infanzia. Quindi, si illude di conoscere il vero andamento della sua vita. O meglio, della versione che raccontano gli altri. Sì, certo, quel romanzo potrebbe incontrare l’interesse dei lettori. Magari vendere anche un bel po’ di copie. Ma come si fa a mettere in piazza gli affari propri, e quelli altrui, senza il minimo scrupolo?
Con un’altra piroetta, il libro cambia ancora. Questa volta Sergio racconta il proprio io narrativo che accerchia il suo vecchio amico Guido. Spiandolo mentre lavora, seguendolo per la strada, insinuandosi nei suoi territori familiari. Fino a immaginare un viaggio con lui in Croazia. Un ritorno di fiamma della loro amicizia.
Ma cosa c’è di vero in tutto questo? Come fa un gioco di specchi così raffinato e bastardo ad anticipare la realtà, a sostituirsi a essa? Ragionando sui temi dell’identità, della memoria, della finzione che diventà verosimiglianza, e della verità che si lascia andare alla finzione, Gian Mario Villalta costruisce un romanzo inquieto e affascinante. Dove tutti gli elementi della storia che il lettore vede allinearsi sulla carta hanno un doppio volto. Un doppio fondo. Rivelano e nascondono, mascherano e scoprono. Pongono interrogativi sulle passioni e l’immaginazione. Che, assieme, formano una miscela esplosiva potente.
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